L'omaggio della città al Padre Servita, con l’intitolazione del Giardino di largo Corsia dei Servi e un articolato convegno a cui è intervenuto l'Arcivescovo

di Annamaria Braccini

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«Ho imparato dai poeti la sobrietà, perché le parole sono espressive non perché sono tante, ma perché sono frutto di una creatività, ispirazione, talvolta, di un tormento. Vorrei, qui, togliere gli orpelli che confondono e allungano i discorsi e dire invece quell’essenziale a cui è necessario il silenzio per accedere. Silenzio che può far germogliare le parole». Dice, così, l’Arcivescovo, esprimendo la sua partecipazione cordiale al Convegno – aperto dal priore della Comunità di san Carlo al Corso dei religiosi Servi di Maria – con cui proseguono i festeggiamenti nel nome di padre David Maria Turoldo, per l’intitolazione del Giardino finora detto di Largo Corsia dei Servi, in pieno centro a Milano.
«Il rapporto di padre David con gli arcivescovi di Milano è interessante: Giovanni Battista Montini lo volle come predicatore alla Missione di Milano del 1957, dal cardinale Colombo fu, invece, allontanato per alcune sue posizioni; Martini ha stretto con lui una fraternità e una prossimità che hanno accompagnato gli anni della malattia del poeta. Quindi, rapporti diversificati. Sono qui a dire che nell’inquietudine, che Turoldo ha condotto nella sua vita, questi percorsi accidentati per lui si concludono nella pace di Dio e per noi devono costruire un’alleanza, un’intesa, una capacità di ereditare il passato perché generi presente e futuro», sottolinea il vescovo Mario.
Poi i tanti, diversi, interventi dell’Assise, tra ricordi, brani di suoi scritti letti e drammatizzati, filmati, testimonianze e la presentazione dell’artista Giuseppe Denti, membro del Comitato promotore dell’iniziativa, di una serie di elaborazioni grafiche dedicate al volto di Turoldo.

L’intitolazione del Giardino

Tra una chiesa antica e raccolta e uno spazio di cultura, come certamente gli sarebbe piaciuto. Da oggi è intitolato a lui, a padre David Maria Turoldo, il giardino di Largo Corsia dei Servi, alle spalle di corso Vittorio Emanuele e davanti alla chiesa di San Vito al Pasquirolo e alla sede del Centro Culturale di Milano. Un simbolo e un segno che allo scoprimento della targa, suscitano, immediato e spontaneo, un lungo applauso tra la piccola folla radunatasi per l’occasione. Ci sono gli amici di sempre, i rappresentanti delle istituzioni e della società civile, alcune parenti del poeta, nei loro costumi tradizionali della Carnia in Friuli, artisti, i confratelli Servi di Maria e il vescovo monsignor Paolo Martinelli che porta il saluto dell’Arcivescovo.
Della grande «importanza di un gesto di valore civile e storico», parla l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, che indossa la fascia tricolore del sindaco, rappresentando il sindaco Beppe Sala. Accanto a lui il presidente del Consiglio comunale, Lamberto Bertolé. «Intitolare una piazza e un giardino, è dare un nome a uno spazio, è una responsabilità e sono grato a tutti coloro che mi hanno indicato la necessità di questa scelta e il luogo: una piazza che si collega agli itinerari da lui percorsi nella nostra città. Non poteva esservi migliore collocazione», continua Del Corno, che conclude: «Turoldo è una delle figure che esemplificano la dimensione religiosa, che egli ha incarnato nella sua intera vita, e la responsabilità civile. Portare a termine questo procedimento di intitolazione è una forma di ricordo ma anche di gratitudine».
Con i sentimenti di una «gioia doppia» – per usare le sue parole – definisce la sua presenza monsignor Paolo Martinelli, frate cappuccino e vicario episcopale per la Vita Conhsacrata Maschile. «Doppia perché rappresento l’Arcivescovo, ma anche gioia personale perché vengo dalla vita religiosa e ritengo bello il riconoscimento dato, attraverso padre David, alla vita religiosa, che è stata, a volte, un simbolo del congedo da un mondo sempre più mondano. Invece, la sua figura e poetica hanno incarnato la cifra dell’umano, la vicinanza dell’esperienza cristiana agli uomini e alle donne di tutti i tempi. C’è un ecumenismo della domanda, della ricerca, del dubbio e, su questa strada, padre Turoldo ha incontrato tantissime persone. La cifra della sua inquietudine di vita e di fede è proprio tale ecumenismo della domanda, come testimonia la sua predilezione per la preghiera dei Salmi». Il riferimento è ai grandi Santi inquieti come Agostino: «ogni vera risposta apre a nuove domande. Un’inquietudine sana è un’umana mendicanza di senso a cui dà risposta Cristo. Siamo grati al Signore per averci dato questo uomo di fede e di domanda, nel quale ognuno ha trovato un compagno».
È la volta, poi, di Marco Garzonio, presidente della Fondazione culturale Ambrosianeum, scrittore e giornalista, amico personale del frate fin dagli anni ’60.
Il pensiero va subito a quando il cardinale Martini assegnò il Premio “Giuseppe Lazzati”, nel novembre 1991, proprio al poeta Servita. «Un premio istituito su misura di Turoldo», spiega. «In qualche modo, con questa intitolazione, riprendiamo e rilanciamo alla città alcune motivazioni del Premio di allora per fare memoria e ribadire uno dei punti fermi di Turoldo e cardine, oggi, di papa Francesco: creare ponti. Un riconoscimento, ma anche un atto di riparazione per uomini come lui, fine uomo resistente, mai un reduce della lotta di liberazione, perché ne aveva fatto, come disse, “la sua divisa interiore”».
La citazione del cardinale Martini, alla consegna del Premio -“Vogliamo evitare di edificare soltanto sepolcri ai profeti e dirti che, se in passato, non c’è stato riconoscimento per la tua opera, è perché abbiamo sbagliato”-, e le magnifiche parole da lui pronunciate, solo due mesi dopo, nell’omelia per le esequie dell’ormai scomparso amico, dicono tutto e Garzonio le scandisce.
«Uscire dall’angusto limite del nostro egoismo e narcisismo per andare liberi verso l’alto sono un insegnamento che ci lasciano Turoldo e Martini».
Infine, è lo scrittore Angelo Gaccione del Comitato di Odissea per Turoldo, promotore dell’iniziativa, a richiamare l’alta passione civile e resistenziale del poeta mentre Alessandro Quasimodo, legge, con emozione, alcune liriche turoldiane.

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