È quasi sorpreso, il sociologo Maurizio Ambrosini, rispetto agli episodi di vandalismo a cui abbiamo assistito in centro a Milano nel fine settimana: «È sempre difficile capire, quando esplode la violenza – spiega il docente di Sociologia dell’emigrazione all’Università degli Studi di Milano -. Quasi sempre le ribellioni arrivano inattese, improvvise. Fino all’altro ieri si parlava dei giovani italiani come piuttosto passivi, salvo qualche exploit, come la mobilitazione in occasione del voto al Referendum sulla giustizia. E invece ora, sull’esempio francese, non per iniziativa spontanea ma per imitazione, si è scatenata questa ondata di manifestazioni e anche di rivolte. Forse si sono sommate cause prossime e cause più remote».

Fra i motivi, Ambrosini ne individua uno in particolare: «Dal mio punto di vista, direi che abbiamo scoperto, forse per la prima volta in questa misura, le nostre banlieue. Ci siamo resi conto di aver fatto crescere nelle nostre città una generazione di giovani di origine immigrata, socialmente e urbanamente emarginati».
Le avvisaglie c’erano già, fa notare il sociologo: «I dati sulla scuola e sulle difficoltà scolastiche avrebbero dovuto metterci in guardia: il 48% degli alunni di cittadinanza straniera nelle scuole italiane è in ritardo scolastico e i tassi di abbandono sono del 20% più alti rispetto a quelli dei giovani di famiglie italiane. È vero che, con il fatto che sono sempre più numerosi i giovani nati in Italia (siamo intorno al 65%), i dati sono migliorati, ma rimangono sacche di difficoltà che si traducono poi in marginalità sociale». A questo aggiungiamo i contesti urbani poveri, spesso degradati, in cui questi ragazzi vivono: «Penso ai complessi di case popolari milanesi, il quartiere di San Siro e altre zone simili, dove famiglie intere vivono in appartamenti piccolissimi».
Tuttavia, anche se, come osserva Ambrosini «i giornali e l’opinione pubblica di destra l’hanno etichettata come “la rivolta dei maranza”», quella migratoria non è stata l’unica componente nella massa dei ragazzi che hanno invaso la città: «C’è una parte particolarmente numerosa, consistente e visibile, di migranti, che però non esaurisce il fenomeno. Ci sono anche ragazzi italiani, compresi quelli di classe media, coinvolti. In questi casi scattano anche degli istinti imitativi. Il gruppo fa deragliare, rende praticabili comportamenti che i singoli non attuerebbero da soli».
In ogni caso, aggiunge Ambrosini, bisogna ricordare che i ragazzi non sono scesi in piazza solo per saccheggiare le vetrine che esponevano quei beni, simboli moderni di realizzazione e successo, che non possono permettersi: «In tanti si sono mobilitati per protestare contro le condizioni deplorevoli in cui versa la scuola italiana: edifici fatiscenti, attrezzature, laboratori e palestre carenti, mal attrezzati e talvolta inagibili».
Generazione Z inquieta
Del resto, c’è un’inquietudine che attraversa la cosiddetta generazione Z in tutto il mondo, non solo nel ricco Occidente: «Penso al Nepal, al Madagascar, all’India. Sono tutti giovani che vedono restringersi il proprio futuro e temono di non riuscire a realizzare le loro aspirazioni a una vita dignitosa, quella che caratterizza la cosiddetta “classe media”. In Italia questo pessimismo è rimasto a lungo a livello di malumore e magari di astensionismo. Questa volta, invece, è sceso in piazza e in qualche caso è degenerato».

Credits: Agenzia Fotogramma/IPA
Sono ragazzi che, secondo Ambrosini, meritano una risposta: «In Francia il governo ha promesso la repressione delle violenze e il pugno duro, ma ha anche detto che bisogna ascoltare i giovani. Alcuni rappresentanti sono stati ricevuti e sono stati promessi investimenti nelle scuole. In Italia no. L’unica risposta finora è stata la promessa di repressione, nella quale certamente giocano i sentimenti anti-immigrati, la concorrenza di Vannacci e la postura securitaria che questo governo ha più volte esibito. Ma non c’è stata nemmeno una parola sulle ragioni delle proteste e sui possibili interventi per mitigare il disagio di questa generazione».
Per quanto la fame di futuro richieda risposte strutturali e incredibilmente complesse, conclude il sociologo, l’ascolto e gli interventi possibili, realizzabili almeno su piccola scala, sono dovuti: «Forse, come società non saremo in grado di garantire facilmente benessere e lavoro qualificato a tutti, ma credo che migliorare la situazione delle scuole sia assolutamente possibile».



