Il Coi, nato nel 1963 per assistere gli italiani che dal Sud venivano a Milano, continua la sua attività con i nuovi arrivati, persone di altre nazionalità che giungono nel nostro Paese senza conoscere la lingua e la cultura. Un'attività che nel tempo è stata sostenuta anche attraverso i fondi della Chiesa cattolica.

di Luisa BOVE

Fu un’intuizione profetica quella di Franco Verga, milanese, cattolico, soprannominato dagli amici “il deputato povero”, che nel 1963 iniziò a occuparsi di immigrati. Fondò il Centro orientamento immigrati (Coi) per assistere gli italiani che venivano dal Sud Italia per trovare lavoro nella ricca Milano. Oggi, il presidente della Fondazione che porta il suo nome, è Lino Duilio, a sua volta già deputato, che ha diretto per 15 anni il Centro sociale ambrosiano (Csa) della Diocesi ambrosiana. E se questa realtà ha continuato a operare a favore dell’integrazione attraverso l’apprendimento della lingua italiana, «non è merito mio, ma di chi mi ha preceduto», assicura Duilio. «Penso a tanti che hanno fatto sacrifici negli anni e mi piace ricordare tra i presidenti Bartolucci, che ha dato la vita per la Fondazione, rimettendoci anche in termini personali. A loro va quindi la nostra gratitudine». Nel corso degli anni sono stati sostenuti nelle attività anche dall’8xmille della Chiesa cattolica, sempre attenta ai segni dei tempi e alle esigenze concrete di realtà impegnate in prima linea su diversi fronti.

Che cosa significa per lei aver raccolto l’eredità di Franco Verga?

Da una parte è una grande responsabilità, dall’altra un impegno confacente ai miei principi di dedicarmi agli altri, ho sempre cercato di occuparmi di sociale e di prossimo. Conclusa la mia attività istituzionale, per me è stato naturale, così sono tornato ai primi amori. Il fenomeno della migrazione oggi è un dato ineludibile, una situazione che ci accompagnerà ancora per molti anni. Basta guardare le proiezioni demografiche per vedere cosa succederà in Europa da qui al 2050 con il calo della popolazione e ciò che avverrà nell’Africa subsahariana. Noi ci occupiamo del fenomeno “a valle” e stiamo registrando l’arrivo soprattutto di persone che arrivano dall’Africa, dal Medio Oriente e anche dall’Asia, meno dal Sud America. Dal 1978 ci dedichiamo agli immigrati stranieri, a partire dalla straordinaria intuizione del fondatore che più di 50 anni fa aiutava gli italiani – all’epoca meridionali -, che avevano bisogno di tutto.

E quali sono le vostre attività?

Organizziamo corsi di lingua e cultura italiana per stranieri: si va dalla forma tradizionale con insegnanti quasi tutti volontari, fino ai corsi estivi che si stanno moltiplicando col passaparola.  Arrivano sempre più ragazzi in ricongiungimento familiare che poi si devono iscrivere alle scuole superiori. Quest’anno avevamo previsto quattro corsi e ne abbiamo organizzati undici fino a settembre. Questo fenomeno segna la necessità di un nostro cambio culturale, perché noi siamo abituati ai nostri calendari scolastici, diversi dagli altri continenti e poi gli immigrati arrivano coi barconi anche in agosto. Teniamo corsi anche nei centri di accoglienza di via Corelli e via Aquila gestiti da Croce Rossa Italiana: l’attività è molto intensa, gli ospiti sono una novantina in tutto, ma da gennaio a settembre ne abbiamo già raggiunti 450.  A tutti proponiamo prima i test per valutare i livelli perché si va dagli analfabeti ai laureati.

C’è dell’altro?

Partecipiamo a bandi pubblici e come partner stiamo realizzando un progetto nelle scuole che prevede il sostegno ai ragazzi immigrati che rischiano di finire nel filone dei drop out, quelli di cui si perdono le tracce e non si sa più nulla. L’istituto capofila è una scuola di Milano, il Kandinski, dove dovremmo raggiungere circa 800 ragazzi entro l’anno prossimo. Inoltre siamo impegnati in un progetto ministeriale che ci vede insegnare presso un’associazione cinese. Teniamo anche un corso di formazione applicato al tema del lavoro rivolto ai sordi, in collaborazione con il Pio istituto dei sordi.  Abbiamo un progetto per queste persone che non sentono, ma che hanno voglia di acquisire una preparazione professionale. Quindi faremo formazione attraverso il linguaggio dei segni con i mediatori, sia per la parte teorica sia pratica, per diverse attività come ad esempio aggiustare biciclette.

Oggi gli immigrati hanno bisogno anche di consulenze…

È vero. Per questo abbiamo uno sportello con 4 operatori che forniscono informazioni sulle problematiche classiche (permesso di soggiorno, cittadinanza, ricongiungimento…). Non è un rapporto freddo, ma cerchiamo di capire chi c’è dall’altra parte, valutando anche le competenze di ciascuno, per orientarli meglio. Abbiamo aperto anche uno sportello su diritti e legalità gestito da un giovane avvocato e che vorremmo intensificare. Inoltre è nato lo sportello diffuso, per cui andiamo presso altre realtà con i nostri operatori per affiancare i volontari o fornire informazioni. Ora stiamo sperimentando anche la formula dell’immigrato che aiuta un altro immigrato.

In che senso?

La maggior parte dei nostri utenti sono poveri, ma se capita l’immigrato che fa il portiere in via Manzoni a Milano e chiede aiuto per avviare le pratiche di ricongiungimento familiare, è giusto non fargli pagare niente? Così abbiamo pensato di chiedere un piccolo contributo volontario per creare un fondo da utilizzare per chi ne ha bisogno. Per esempio per iscrivere un immigrato a un corso di giardinaggio o ad altra attività formativa.

Chi sono i vostri operatori?

Abbiamo persone che collaborano a titolo di volontariato, ma ne occorrerebbero di più. Quando i corsi sono finanziati abbiamo anche altre figure professionali. Da noi arrivano tanti giovani con curricola straordinari che vivono di precariato, per questo appena è possibile è giusto pagarli anche per questione di giustizia. Abbiamo personale dipendente solo con contratto part time, tutor per rifugiati richiedenti asilo sul territorio, insegnanti e collaboratori a progetti. A diverso titolo operano in Fondazione circa 70-80 persone.

Avete in cantiere nuovi progetti per il futuro?

Vorremmo lavorare sul filone più ordinario di accoglienza attraverso il sistema Sprar (Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr), non in grandi centri, ma nei piccoli Comuni dove a volte si alimentano paure e ostilità. Ci interessa molto perché dovrebbe essere l’approdo a una distribuzione più capillare degli immigrati, spesso abbandonati a se stessi, mentre sono una risorsa.

 

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