«Il nostro don Antonio non ti inchiodava mai al tuo passato, non chiedeva che cosa avessi combinato, piuttosto chiedeva “Quando ricominciamo?”. Don Antonio aveva questo sguardo: non vedeva tossicodipendenti, vedeva ragazzi, non vedeva detenuti ma vedeva uomini, non vedeva falliti, ma figli che aspettano soltanto qualcuno abbastanza ostinato da credere ancora in loro».
Le esequie
Così, con una voce ferma, ma a momenti incrinata dalla commozione, padre Massimiliano Parrella, superiore generale della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (l’Opera Don Calabria), ha ricordato don Antonio Mazzi, presiedendone le esequie in una basilica di sant’Ambrogio gremita fino al sagrato.
Da dove, pochi minuti prima dell’inizio del rito, concelebrato da una ventina di sacerdoti, è entrato in chiesa il feretro, tra gli applausi della gente e dei “suoi” ragazzi di Exodus. La comunità, in quella cascina dentro il Parco Lambro diventata un simbolo, un punto di riferimento e di salvezza, in questi 40 anni, per migliaia di giovani. Ma anche «realtà importantissima» per tutta la città, come ha detto il sindaco Giuseppe Sala, in prima fila in basilica, con il prefetto Claudio Sgaraglia, il vicepresidente di “Exodus”, Franco Taverna, rappresentanti della società civile, delle associazioni, del mondo dello sport, della politica, del giornalismo e della musica.

Dopo avere incensato e benedetto il feretro adagiato a terra – come si usa per i sacerdoti -, ai piedi dell’altare di Volvinio, coperto da fiori di anthurium rosso fuoco con una sola rosa bianca, ma con al centro la stola liturgica multicolore della pace, l’abate Carlo Faccendini ha ricordato come don Mazzi in Sant’Ambrogio si trovasse bene, dicendo spesso “Mi sento a casa”. Accanto all’abate, in rappresentanza della Diocesi e dell’Arcivescovo (che ha inviato un suo messaggio dal Brasile), il vicario generale, monsignor Franco Agnesi.
La paura e la speranza
A tutti si è rivolta l’intensa omelia di padre Parrella che ha preso avvio dal Vangelo con i discepoli chiusi tra le porte del Cenacolo. «Il problema, però -sottolinea -, non sono le porte, ma la paura perché quando la paura entra nel cuore, l’uomo si chiude. Si chiude quando pensa che ormai non ci sia più niente da fare e niente da salvare. È successo ai discepoli e, purtroppo, succede anche oggi a un padre che non sa più guardare negli occhi suo figlio, a una madre che non riesce più a sperare, a un uomo che esce dal carcere, ogni volta che uno smette di credere che la sua storia possa ancora cambiare».
Ma il Signore apre sempre le porte. «Forse – nota ancora il Padre generale – non esiste immagine più bella di questa per raccontare il nostro don Antonio che è entrato nelle periferie che tanti attraversano “con il finestrino chiuso” e ha dato vita a Exodus quando sembrava una follia credere ancora in certi ragazzi che tutti definivano casi disperati. Ma il suo miracolo più grande è stato un altro. Ha guardato persone che non si volevano più bene e ha detto loro, prima ancora con la vita che con le parole, che valevano».

Il ricordo di padre Parrella va all’imposizione delle Ceneri poste sul suo capo proprio da don Mazzi e alla lavanda dei piedi dello scorso giovedì santo. «La sua mano era debole, ma dentro quella mano c’era tutta la forza del Vangelo. Don Antonio non era un uomo da sacristia, neanche da ufficio o da cerimonia. Era un uomo che respirava Dio, la sua fede grande era pulita, senza trucco, senza parole inutili. Aveva un dono che appartiene solo ai profeti: aprire una strada là dove tutti erano convinti che ci fossero solo muri. Per questo gli ho lavato i piedi e baciati, perché quei i piedi avevano aperto strade e avevano camminato e camminato. I grandi uomini di Dio non costruiscono monumenti a sé stessi, ma ponti perché altri possano passare. Ecco don Antonio è stato quel ponte».
Il Vangelo con le scarpe sporche
Un uomo che è non entrato nella terra promessa – il riferimento è a Mosè e alla Prima lettura appena pronunciata nella liturgia della Parola -, ma ha indicato la strada al suo popolo.
«Ed è qui che don Antonio continua a parlarci. Lui non ci lascia soltanto un metodo, una teoria o uno schema educativo. Ci lascia il coraggio di sporcarci le mani, di perdere tempo con chi è considerato da tutti una perdita di tempo. Il coraggio di credere che nessuno è definitivamente perduto. Prima ancora di predicare il Vangelo, Antonio lo faceva vedere: un Vangelo con le scarpe sporche, che sapeva di carcere, che puzzava di periferia, bagnato di lacrime, che sapeva di pane condiviso e di notti insonni. Era in tutto un figlio di san Giovanni Calabria e il suo sogno oggi diventa nostro perché ci sarà sempre una periferia dove qualcuno sta aspettando, una strada che tutti diranno che è impossibile da percorrere, un avamposto dove sembrerà inutile andare».
“Ciao”
Infine, tra le navate della basilica, risuona nel ricordo di Parrella, quel “ciao” che chi conosceva don Mazzi sapeva essere il suo saluto sempre e comunque. Anzi, non solo un saluto, «ma una missione, come a dire adesso tocca a te, tocca a voi. Apri quella strada che tutti dicono impossibile, non smettere mai di credere che il Padre arriva sempre un attimo prima di noi».
Un “ciao” che lo stesso don Mazzi – il Superiore generale le legge – descriveva con queste parole: «Il ciao è leggero come un bacio, è dolce come un cioccolatino, è fraterno come un abbraccio, travolgente come un sorriso. Il ciao è tutto e niente, è italiano, universale, familiare, è maschile e femminile, è singolare e plurale, è laico e religioso. Il ciao lo voglio scritto sulla mia tomba perché dice con quattro lettere chi sono, cosa ho fatto e cosa sarò».

E, alla fine, l’ultimo saluto in basilica ha la voce della sua stretta collaboratrice Cristina Mazza di “Educatori senza frontiere”.
«Grazie per ogni cuore toccato e per ogni dolore accolto. Per questa eredità che ha guidato le nostre vite, si fa viva nel presente e ci proietta nel futuro. Grazie per aver lottato con le disgrazie del mondo portando sempre una voce fuori dal coro. Per essere stato per Milano una presenza viva e rigorosa, attenta alle fragilità nascoste, per non aver lasciato indietro nessuno, per averci insegnato che i sogni sono sempre giovani. Tu te ne vai, ma mai l’idea, e noi rimaniamo qui e continuiamo a camminare su strade impossibili».
Con quella parola che si fa appaluso scrosciante, mentre la bara esce dalla chiesa tra due ali di folla: una parola piccola come un saluto, ma grande come il Vangelo. Ciao don Antonio.






