«La Masseria ha bisogno di te e della tua presenza». È l’appello che l’associazione “Una casa anche per te”, fondata da don Massimo Mapelli, lancia per invitare a una serata di riflessione, confronto, ma anche di festa, che si terrà sabato 7 marzo alle 18 a Cisliano (via Cusago 2) in occasione dei 10 anni di attività della Libera Masseria, struttura sottratta alla mafia e restituita al territorio, divenuta sempre più luogo di incontro e iniziative.
«Sono stati 10 anni molto intensi, fin dall’inizio con l’occupazione della Masseria – racconta don Massimo, che è anche responsabile Caritas della Zona VI -, per rivendicare dal basso, dalla società civile e come Caritas, il fatto che quella struttura, simbolo di un territorio pieno di beni confiscati, non poteva andare distrutto».

Quindi lo avete salvato voi. E poi?
Associazioni e parrocchie ci hanno seguito negli anni, permettendo a 15 mila ragazzi e a tanti adulti di partecipare ai momenti formativi organizzati in Masseria. Scuole, oratori, parrocchie e gruppi scout hanno raggiunto un numero importante e questo dice il coinvolgimento di un territorio anche più vasto di quello su cui insiste la Masseria, divenuta di fatto un simbolo di presidio sociale. Penso all’accoglienza che abbiamo dato alle famiglie sotto sfratto; all’apertura di uno Sportello antimafia a Corsico, dove recentemente è venuto in visita l’arcivescovo Delpini; ad altre esperienze, come quella di Trezzano sul Naviglio dove ospitiamo uomini soli e offriamo docce a chi vive per strada; della villetta di Vermezzo dove abitano i ragazzi in uscita dalle comunità e quella di Arluno che oggi gestiamo con la cooperativa Intrecci. Insomma, la Masseria che sorge su un territorio complesso, complicato, difficile, ha però mosso un movimento e aiutato persone venute anche da più lontano, che hanno preso coraggio da questa esperienza per impegnarsi a casa loro. Mi riferisco per esempio a don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, alla periferia di Como, che accoglie migranti e poveri, o all’esperienza di Spino D’Adda (la Tenuta Liberata confiscata e sequestrata a seguito di una maxi-evasione fiscale, ndr) per cui abbiamo fatto da volano.

Sono passati 30 anni dalla legge 109/96 sulla gestione e destinazione dei beni confiscati o sequestrati alla mafia. Ne parlerete sabato sera?
Sì. Abbiamo diviso la serata in due parti. Nella la prima interverranno coloro che ci hanno accompagnato nel percorso decennale: chi sequestra i beni, chi – come la Prefettura – svolge un ruolo di facilitatore sul territorio, gli enti locali, la Città metropolitana e altri ancora, affinché la legge che prevede l’utilizzo sociale dei beni confiscati venisse applicata fino in fondo. Nella seconda parte della serata chiederemo alla politica di credere ancora oggi a questa legge: ciò significa mettere a punto quegli strumenti che la rendono praticabile. Regione Lombardia ha certamente i fondi per la ristrutturazione dei beni confiscati, ma non bastano, perché i beni sono molti e diversi tra loro: si va da un immobile molto grande a una villetta, da un appartamento alle aziende. Poiché sul territorio lombardo sono più di tremila, occorre fare una riflessione strutturale. La Regione ha già accolto questa nostra volontà – espressa insieme a tanti altri – e sta ragionando sui beni esemplari, quelli che per dimensioni, storia o perché hanno inciso sul territorio, vanno gestiti in maniera diversa rispetto al solito bando per cui ci vogliono anni per ottenerli, per cui vanno messe in campo risorse differenti.
Per questo oggi proponete e raccogliete firme?
Esatto. Questa è una campagna nazionale, riproposta da don Luigi Ciotti, cui dobbiamo i 30 anni dalla legge sui beni confiscati. Chiediamo quindi che il 2% del “Fondo unico giustizia”, nel quale confluiscono anche tutti i soldi e i conti correnti quando vengono confiscati gli immobili, sia utilizzato per i beni confiscati. Considerando che il Fondo dispone di qualche miliardo, il 2% può sembrare pochissimo, in realtà è una già una bella somma, che in questo modo tornerebbe sul territorio.



