In occasione dei 50 anni dalla morte di Gesualdo Nosengo, fondatore dell’Uciim, gli insegnanti cattolici promuovono una giornata di studio in Cattolica guardando alle nuove generazioni: in allegato il programma. Parla Franco Brambilla dell’Uciim

di Stefania Cecchetti

scuola lavoro

L’Uciim, l’associazione professionale cattolica insegnanti, dirigenti, educatori e formatori, ricorda i 50 anni dalla morte del suo fondatore, Gesualdo Nosengo, con un convegno che si terrà sabato 27 ottobre all’Università cattolica di Milano. La giornata nasce dalla collaborazione di Uciim con l’ateneo milanese su un tema molto importante: «Giovani, lavoro, futuro. Quale provocazione per la scuola?». Non la semplice celebrazione di un anniversario, dunque, ma una concreta provocazione per il mondo della scuola di oggi, come spiega Franco Brambilla, moderatore della tavola rotonda che avrà luogo nel pomeriggio. Ex insegnante, formatore dell’Uciim, Brambilla è responsabile, nell’ambito della formazione permanente dell’ateneo, del progetto «Cattolica per la scuola», che vuole mettere a sistema tutte le iniziative della Cattolica per il mondo della scuola.

Durante la mattinata, con l’aiuto di due docenti dell’ateneo, si traccerà un ritratto dei giovani oggi secondo due prospettive, il loro rapporto con i media, con Piermarco Aroldi, e il loro vissuto più psicologico, con Elena Marta: «Cercheremo di provocare gli insegnanti – anticipa Brambilla – perché si smarchino dai soliti luoghi comuni sui ragazzi: non sanno studiare, non sono interessati al mondo del lavoro, sono peggio della generazione che li ha preceduti e via dicendo. Invece i giovani sono solo diversi da come eravamo noi alla loro età, ma questo non significa peggiori».

Anche il mondo del lavoro, l’altro polo della discussione di sabato 27, è oggetto di una visione stereotipata che sarebbe meglio sfatare, secondo Brambilla: «I giovani hanno un approccio al lavoro completamente diverso dalle generazioni precedenti. Noi adulti siamo cresciuti con l’idea di formarci per una professione che poi avremmo portato avanti per tutta la vita, al massimo cambiando azienda. Oggi non è più così, certo a causa di una flessibilità imposta, ma anche perché i giovani stessi hanno una visione più flessibile della vita e del lavoro. Mettono in conto di cambiare diverse professioni nel corso della loro vita, seguendo opportunità, gusti, interessi e competenze». In questo senso è stato chiamato tra i relatori il giovane scrittore Federico Baccomo: «La sua carriera è esemplare di come si possa costruire una professione a partire dalle proprie competenze», spiega ancora Brambilla.

Nella tavola rotonda del pomeriggio sarà approfondito ulteriormente il rapporto dei giovani col mondo del lavoro, con ospiti e testimonianze: «Sarà interessante – continua Brambilla – il racconto dell’esperienza di Ettore Rossi, dell’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Benevento, che aprirà una finestra sul mondo del lavoro nel Sud Italia».

Per concludere, qual è il ruolo della scuola nell’accompagnamento dei ragazzi verso il mondo del lavoro? «Credo che la scuola debba svolgere pienamente il ruolo educativo che le compete – dice Brambilla -. Anche negli istituti professionali, non ha più senso insegnare un mestiere, quando gli strumenti informatici delle professioni cambiano ogni pochi anni. Piuttosto dovremmo insegnare ai ragazzi quelle che sono le costanti e gli aspetti fondanti di una determinata professione. Insomma, dobbiamo continuare a fare quello che gli insegnanti fanno da sempre: capire chi sono i giovani che hanno di fronte ed educarli al senso critico, ad affinare le proprie abilità e competenze».

 

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