Monsignor Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio nazionale Cei per le comunicazioni sociali: dal convegno all'impegno quotidiano

a cura di Vincenzo CORRADO
Redazione

«Capitalizzare l’entusiasmo, la riflessione e l’energia di questi giorni perché tutto ciò possa rifluire nella pastorale quotidiana della comunicazione». A pochi giorni dalla conclusione del convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”, monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, indica in questo obiettivo «ciò che ora interessa maggiormente».
A tutt’oggi, afferma monsignor Pompili, «il bilancio del convegno è positivo, sia quantitativamente, sia qualitativamente. A livello di partecipazione abbiamo superato ogni più rosea aspettativa con circa 1.400 persone, cui si aggiungono i circa 17 mila play sulle dirette di tutte le sessioni del convegno trasmesse online. Complessivamente erano rappresentate 177 diocesi su 226. Dal punto di vista qualitativo va sottolineato il valore delle riflessioni dei diversi relatori e la presenza di giovani, esperti di comunicazione o semplici interessati all’argomento». Ma, continua il sottosegretario della Cei, «un bilancio del genere è solo a tutt’oggi», perché «ora ciò che interessa è capitalizzare appieno queste giornate».

Monsignor Pompili, quali sono le prospettive aperte dal convegno per i prossimi anni?
Il punto fondamentale, per i prossimi anni, sta nell’imparare ad abitare con naturalezza il mondo digitale e a far sì che da esso si ricavino tutte le potenzialità e si attenuino le possibili ambiguità. Dobbiamo imparare a integrare lo stare in Rete con la presenza, cioè a unire l’on line con l’off line. È questa la vera sfida: riuscire a mettere insieme le due dimensioni, che non vanno contrapposte, ma integrate.

Nel suo intervento lei ha utilizzato l’immagine evangelica del “vino nuovo in otri nuovi”. Ma cosa significa essere “otri nuovi” nel continente digitale?
Otri nuovi significa acquisire alcune competenze. La prima è l’intenzionalità, cioè la consapevolezza di ciò che ci sta a cuore e l’impegno a condividerlo, senza dissimulare la propria identità. Non si può comunicare senza volerlo, lasciando all’eventualità del caso l’emergere delle nostre convinzioni. La seconda competenza è l’interesse, ovvero la capacità di avvicinare il nostro interlocutore. Se manca la disponibilità ad ascoltare chi ci sta di fronte, qualsiasi comunicazione è depotenziata. La terza è l’impegno: occorre imparare i linguaggi e le nuove forme di comunicazione, cioè entrare dentro il mondo per noi cifrato che altri abitano con facilità (pensiamo a ciò che scrivono i giovani su Facebook o su Twitter). Accanto a queste condizioni di partenza c’è, su tutte, una qualità che occorre saper realizzare, ed è la credibilità, che significa rispondere. È credibile, infatti, chi risponde anzitutto di sé, chi pone in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità della propria vita. In secondo luogo, è necessario rispondere del contenuto della comunicazione in ordine alla sua comprensibilità, alla capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi. La sfida è di ampia portata. Essa ci chiama a un linguaggio meno argomentativo e astratto, in favore di uno più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta. Occorre, poi, rispondere della relazione che la comunicazione instaura. L’ultimo tornante della credibilità è rispondere degli effetti della propria azione comunicativa, che significa imparare a pianificare e, poi, a verificare. Non basta solo mettersi in cammino, bisogna anche darsi i tempi per capire cosa si sta comunicando.

Quali dovranno essere le caratteristiche specifiche dell’animatore della cultura e della comunicazione?
Dev’essere caratterizzato da intenzionalità, interesse, impegno e credibilità. L’animatore dev’essere una persona che, allo stesso tempo, abbia attitudini relazionali e comunicative, ma che soprattutto sia un testimone affidabile e, perciò, credibile. E ciò a ribadire che il nostro approccio non è meramente tecnologico: la tecnica, infatti, non può sostituire la persona.

Durante l’udienza Benedetto XVI ha invitato, tra l’altro, a far «entrare a pieno titolo il mondo della comunicazione sociale nella programmazione pastorale»…
Le parole del Papa sdoganano definitivamente la convinzione che la comunicazione non è un aspetto o un settore, ma è lo sfondo dell’agire pastorale. La comunicazione non viene alla fine – come se fosse una sorta di megafono o di amplificazione di qualcosa che si è deciso altrove – ma è il linguaggio che in qualche modo è chiamato in causa sin dall’inizio dell’annuncio. È decisivo, perciò, fare della comunicazione una dimensione trasversale in cui investire sia con persone, sia con risorse di tipo materiale.

In definitiva, con quale atteggiamento “abitare” – da Chiesa – il nuovo continente?
La modalità con cui vorremmo stare nel continente digitale vorrebbe essere la leggerezza, che non significa essere superficiali né tantomeno effimeri. Vuol dire la scioltezza e l’immediatezza che lascia emergere ciò che ci preme. La leggerezza si sposa con la fantasia, che è un concentrato d’intelligenza che fa intuire ciò che non è ancora visibile. La fantasia è allegria; è autonomia perché ci sottrae alla pressione dell’opinione dominante e ci fa capaci di uno sguardo originale sulla realtà: lo sguardo della fede. «Capitalizzare l’entusiasmo, la riflessione e l’energia di questi giorni perché tutto ciò possa rifluire nella pastorale quotidiana della comunicazione». A pochi giorni dalla conclusione del convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”, monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, indica in questo obiettivo «ciò che ora interessa maggiormente».A tutt’oggi, afferma monsignor Pompili, «il bilancio del convegno è positivo, sia quantitativamente, sia qualitativamente. A livello di partecipazione abbiamo superato ogni più rosea aspettativa con circa 1.400 persone, cui si aggiungono i circa 17 mila play sulle dirette di tutte le sessioni del convegno trasmesse online. Complessivamente erano rappresentate 177 diocesi su 226. Dal punto di vista qualitativo va sottolineato il valore delle riflessioni dei diversi relatori e la presenza di giovani, esperti di comunicazione o semplici interessati all’argomento». Ma, continua il sottosegretario della Cei, «un bilancio del genere è solo a tutt’oggi», perché «ora ciò che interessa è capitalizzare appieno queste giornate».Monsignor Pompili, quali sono le prospettive aperte dal convegno per i prossimi anni?Il punto fondamentale, per i prossimi anni, sta nell’imparare ad abitare con naturalezza il mondo digitale e a far sì che da esso si ricavino tutte le potenzialità e si attenuino le possibili ambiguità. Dobbiamo imparare a integrare lo stare in Rete con la presenza, cioè a unire l’on line con l’off line. È questa la vera sfida: riuscire a mettere insieme le due dimensioni, che non vanno contrapposte, ma integrate.Nel suo intervento lei ha utilizzato l’immagine evangelica del “vino nuovo in otri nuovi”. Ma cosa significa essere “otri nuovi” nel continente digitale?Otri nuovi significa acquisire alcune competenze. La prima è l’intenzionalità, cioè la consapevolezza di ciò che ci sta a cuore e l’impegno a condividerlo, senza dissimulare la propria identità. Non si può comunicare senza volerlo, lasciando all’eventualità del caso l’emergere delle nostre convinzioni. La seconda competenza è l’interesse, ovvero la capacità di avvicinare il nostro interlocutore. Se manca la disponibilità ad ascoltare chi ci sta di fronte, qualsiasi comunicazione è depotenziata. La terza è l’impegno: occorre imparare i linguaggi e le nuove forme di comunicazione, cioè entrare dentro il mondo per noi cifrato che altri abitano con facilità (pensiamo a ciò che scrivono i giovani su Facebook o su Twitter). Accanto a queste condizioni di partenza c’è, su tutte, una qualità che occorre saper realizzare, ed è la credibilità, che significa rispondere. È credibile, infatti, chi risponde anzitutto di sé, chi pone in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità della propria vita. In secondo luogo, è necessario rispondere del contenuto della comunicazione in ordine alla sua comprensibilità, alla capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi. La sfida è di ampia portata. Essa ci chiama a un linguaggio meno argomentativo e astratto, in favore di uno più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta. Occorre, poi, rispondere della relazione che la comunicazione instaura. L’ultimo tornante della credibilità è rispondere degli effetti della propria azione comunicativa, che significa imparare a pianificare e, poi, a verificare. Non basta solo mettersi in cammino, bisogna anche darsi i tempi per capire cosa si sta comunicando.Quali dovranno essere le caratteristiche specifiche dell’animatore della cultura e della comunicazione?Dev’essere caratterizzato da intenzionalità, interesse, impegno e credibilità. L’animatore dev’essere una persona che, allo stesso tempo, abbia attitudini relazionali e comunicative, ma che soprattutto sia un testimone affidabile e, perciò, credibile. E ciò a ribadire che il nostro approccio non è meramente tecnologico: la tecnica, infatti, non può sostituire la persona.Durante l’udienza Benedetto XVI ha invitato, tra l’altro, a far «entrare a pieno titolo il mondo della comunicazione sociale nella programmazione pastorale»…Le parole del Papa sdoganano definitivamente la convinzione che la comunicazione non è un aspetto o un settore, ma è lo sfondo dell’agire pastorale. La comunicazione non viene alla fine – come se fosse una sorta di megafono o di amplificazione di qualcosa che si è deciso altrove – ma è il linguaggio che in qualche modo è chiamato in causa sin dall’inizio dell’annuncio. È decisivo, perciò, fare della comunicazione una dimensione trasversale in cui investire sia con persone, sia con risorse di tipo materiale.In definitiva, con quale atteggiamento “abitare” – da Chiesa – il nuovo continente?La modalità con cui vorremmo stare nel continente digitale vorrebbe essere la leggerezza, che non significa essere superficiali né tantomeno effimeri. Vuol dire la scioltezza e l’immediatezza che lascia emergere ciò che ci preme. La leggerezza si sposa con la fantasia, che è un concentrato d’intelligenza che fa intuire ciò che non è ancora visibile. La fantasia è allegria; è autonomia perché ci sottrae alla pressione dell’opinione dominante e ci fa capaci di uno sguardo originale sulla realtà: lo sguardo della fede.

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