Il convegno Cei sulla comunicazione, conclusosi sabato scorso,�visto con gli occhi della Federazione italiana settimanali cattolici, presente a Roma con un gran numero di operatori

di Giorgio ZUCCHELLI Presidente Fisc
Redazione

La Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) è arrivata al convegno “Testimoni digitali”, concluso il 24 aprile con l’udienza di Benedetto XVI, non solo con un gran numero di operatori, ma anche presentando il proprio sito rinnovato e collegato a tutte le versioni on line dei giornali associati. Una vera e propria possibilità di spaziare nell’informazione dell’intera Italia, tramite la fitta rete di settimanali diocesani, voci dei mille territori del Bel Paese.
Anche i siti delle testate Fisc sono, dunque, una rete digitale. Qui il lettore trova un’informazione che ha due peculiarità: è originale e meditata. Quella dello web invece – come hanno affermato alcuni esperti durante il convegno – proviene per l’85% dall’informazione cartacea, è la sintesi della sintesi, spesso oggetto di incontrollabili manipolazioni; è inoltre un mare aperto senza nessun timone che possa condurre il navigatore.
Cos’ha insegnato il convegno “Testimoni digitali”? Credo che l’affondo più significativo sia stato quello di padre Lombardi (la cui relazione è stata, a mio avviso, tra le migliori delle tre giornale di lavoro) quando si è riferito a Teilhard de Chardin affermando che la rete non è solo un nuovo spazio non geografico, ma è qualcosa di molto di più: è una noosfera, secondo lo schema evolutivo del grande scienziato della Compagnia di Gesù, alla quale appartiene anche il direttore della sala stampa vaticana. È cioè quella sfera dello spirito e del pensiero che si fa sempre più densa (mediante processi di coscienza e di comunione) producendo un ulteriore avanzamento dell’evoluzione stessa dell’umanità, attratta dal punto Omega che è Cristo. Dunque è veramente una “meraviglia”, secondo la definizione che il Concilio dà dei mass media.
I credenti non possono certo estraniarsi da questo processo evolutivo, vogliono anzi essere protagonisti per indirizzarlo, perché è profondamente ambiguo e – come ha aggiunto padre Lombardi – non c’è tutto di bene, ma anche molto male. C’è anzi una vera e propria “babilonia” (nel senso biblico della parola) che dobbiamo trasformare in un’unità di lingue, “gettando ponti” – come ha detto il card. Bagnasco – e valorizzando “tutte le strade che il continente digitale offre per farci sempre più prossimi all’uomo”.
L’ottimismo e la positività, emersi al convegno, non devono far dimenticare che la rete è un mare aperto dove – per navigare – bisogna trovare un timone. È facile affondare, è facile essere risucchiati da un vortice, irresistibile come una droga che fa perdere la propria identità. Anche il Papa, nel suo intervento all’udienza (lo ringraziamo per aver citato “la rete capillare dei settimanali diocesani”) ha sottolineato alcuni rischi: «La rete manifesta una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide. Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona. Si assiste allora a un inquinamento dello spirito» e anche a «dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo».
Di fronte a tutto ciò la misura anche della nuova tecnologia digitale è la persona. La sottolineatura del livello quantitativo (migliaia di contatti, migliaia di domande, migliaia di siti) rischia di produrre un’implosione nella coscienza del singolo e nella comunità. La sottolineatura del virtuale rischia di far perdere il senso del reale e dell’umano, nonché del vero rapporto di comunione che non può essere, in definitiva, solo digitale. Insomma, «i media – ha sottolineato il Papa, citando la “Caritas in Veritate” – possono diventare fattori di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispetti le valenze universali. Solamente a tali condizioni il passaggio epocale che stiamo attraversando può rivelarsi ricco e fecondo di nuove opportunità».
La Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) è arrivata al convegno “Testimoni digitali”, concluso il 24 aprile con l’udienza di Benedetto XVI, non solo con un gran numero di operatori, ma anche presentando il proprio sito rinnovato e collegato a tutte le versioni on line dei giornali associati. Una vera e propria possibilità di spaziare nell’informazione dell’intera Italia, tramite la fitta rete di settimanali diocesani, voci dei mille territori del Bel Paese.Anche i siti delle testate Fisc sono, dunque, una rete digitale. Qui il lettore trova un’informazione che ha due peculiarità: è originale e meditata. Quella dello web invece – come hanno affermato alcuni esperti durante il convegno – proviene per l’85% dall’informazione cartacea, è la sintesi della sintesi, spesso oggetto di incontrollabili manipolazioni; è inoltre un mare aperto senza nessun timone che possa condurre il navigatore.Cos’ha insegnato il convegno “Testimoni digitali”? Credo che l’affondo più significativo sia stato quello di padre Lombardi (la cui relazione è stata, a mio avviso, tra le migliori delle tre giornale di lavoro) quando si è riferito a Teilhard de Chardin affermando che la rete non è solo un nuovo spazio non geografico, ma è qualcosa di molto di più: è una noosfera, secondo lo schema evolutivo del grande scienziato della Compagnia di Gesù, alla quale appartiene anche il direttore della sala stampa vaticana. È cioè quella sfera dello spirito e del pensiero che si fa sempre più densa (mediante processi di coscienza e di comunione) producendo un ulteriore avanzamento dell’evoluzione stessa dell’umanità, attratta dal punto Omega che è Cristo. Dunque è veramente una “meraviglia”, secondo la definizione che il Concilio dà dei mass media.I credenti non possono certo estraniarsi da questo processo evolutivo, vogliono anzi essere protagonisti per indirizzarlo, perché è profondamente ambiguo e – come ha aggiunto padre Lombardi – non c’è tutto di bene, ma anche molto male. C’è anzi una vera e propria “babilonia” (nel senso biblico della parola) che dobbiamo trasformare in un’unità di lingue, “gettando ponti” – come ha detto il card. Bagnasco – e valorizzando “tutte le strade che il continente digitale offre per farci sempre più prossimi all’uomo”.L’ottimismo e la positività, emersi al convegno, non devono far dimenticare che la rete è un mare aperto dove – per navigare – bisogna trovare un timone. È facile affondare, è facile essere risucchiati da un vortice, irresistibile come una droga che fa perdere la propria identità. Anche il Papa, nel suo intervento all’udienza (lo ringraziamo per aver citato “la rete capillare dei settimanali diocesani”) ha sottolineato alcuni rischi: «La rete manifesta una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide. Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona. Si assiste allora a un inquinamento dello spirito» e anche a «dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo».Di fronte a tutto ciò la misura anche della nuova tecnologia digitale è la persona. La sottolineatura del livello quantitativo (migliaia di contatti, migliaia di domande, migliaia di siti) rischia di produrre un’implosione nella coscienza del singolo e nella comunità. La sottolineatura del virtuale rischia di far perdere il senso del reale e dell’umano, nonché del vero rapporto di comunione che non può essere, in definitiva, solo digitale. Insomma, «i media – ha sottolineato il Papa, citando la “Caritas in Veritate” – possono diventare fattori di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispetti le valenze universali. Solamente a tali condizioni il passaggio epocale che stiamo attraversando può rivelarsi ricco e fecondo di nuove opportunità».

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