Alla Cattolica un incontro a partire da una ricerca tra i baby-boomers e i nativi digitali

Francesco ROSSI
Redazione

Ripensare l’idea di generazione in una società in cui convivono baby-boomers, nati negli anni del boom economico e formatisi con la televisione, e “nativi digitali”, cresciuti con internet e il cellulare; descrivere i consumi, gli stili di vita e l’uso dei media delle diverse generazioni. Questi gli obiettivi del convegno “Media + Generations. Identità generazionali e processi di mediatizzazione”, svoltosi all’Università Cattolica di Milano l’11 e 12 settembre. I partecipanti, studiosi di tutta Europa, si sono confrontati a partire dalla presentazione dei risultati della ricerca triennale “Media e generazioni nella società italiana”, realizzata da un pool di atenei italiani (Università di Urbino, di Trento, di Bergamo e La Sapienza di Roma), coordinati dalla Cattolica di Milano. Ripensare l’idea di generazione in una società in cui convivono baby-boomers, nati negli anni del boom economico e formatisi con la televisione, e “nativi digitali”, cresciuti con internet e il cellulare; descrivere i consumi, gli stili di vita e l’uso dei media delle diverse generazioni. Questi gli obiettivi del convegno “Media + Generations. Identità generazionali e processi di mediatizzazione”, svoltosi all’Università Cattolica di Milano l’11 e 12 settembre. I partecipanti, studiosi di tutta Europa, si sono confrontati a partire dalla presentazione dei risultati della ricerca triennale “Media e generazioni nella società italiana”, realizzata da un pool di atenei italiani (Università di Urbino, di Trento, di Bergamo e La Sapienza di Roma), coordinati dalla Cattolica di Milano. Un tema attuale «Il tema delle generazioni è oggi di stringente attualità», osserva Fausto Colombo, docente di Teoria e tecnica dei media e direttore di OssCom (Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica), nell’introduzione alla ricerca. «Parlare di generazioni significa infatti parlare della convivenza umana, nei suoi aspetti più profondi e immediati, su cui si basa ogni analisi sociologica – spiega Colombo -. Innanzitutto, la contrapposizione tra individuo e società, fra atomo e galassia. Dire “generazioni” significa infatti parlare di persone, ossia di soggetti sociali con un ciclo di vita che li lega insieme alla specie e alla inattingibile individualità di ciascuno. Ma anche, sull’altro versante, parlare della dinamica temporale che fa da sfondo a ogni cambiamento sociale, e che si sostanzia in cicli storici di differenti durate, con i loro spartiacque, le loro caratteristiche specifiche, le loro sovrapposizioni, e in cui protagonista è piuttosto la collettività».«Parlare di generazioni – prosegue – significa poi parlare di quei corpi o agenzie intermedie su cui spesso l’analisi sociologica si è trovata a porre l’accento: la famiglia, la scuola, i media. Tutti luoghi in cui le generazioni diverse s’incontrano, si parlano, a volte si scontrano. Dove si trasmette (o dovremmo dire: si tramanda) un’idea di continuità (la famiglia), di tradizione (la scuola), di permanenza (i media), e dove tuttavia sempre avvengono anche quelle fratture e quei rifiuti che rendono evidenti le differenze generazionali». Molla per il cambiamento La ricerca “Media e generazioni nella società italiana” ha interpellato «le discipline che hanno – più o meno di recente – esplorato il concetto di generazioni»: la storia, «che ha imparato a cogliere nel sentire generazionale una molla spesso essenziale del cambiamento anche rivoluzionario»; la demografia, «che ha saputo reinterpretare uno strumento di calcolo a volte meccanicistico alla luce di nuove e più complesse esigenze»; le discipline letterarie, «che dialogano con autorialità o storie della ricezione e che trovano nelle generazioni bandoli euristici nuovi»; il marketing, «che ormai da decenni guarda al concetto in questione come a un possibile strumento d’indagine e di azione strategica».Quattro le generazioni prese in esame: quella del dopoguerra (cioè i nati tra il 1940 e il 1952), i boomers (1953/1965), i “neo” (1966/1978) e i “post” (1979/1991). Lo scopo della ricerca, «ricostruire i vissuti mediali propri di ogni singola generazione» e «mettere a fuoco le rappresentazioni che le diverse generazioni offrono dei media stessi», ha preso il via dal convincimento che «la generazione non è semplicemente un contenitore», bensì un «processo negoziale» che «si genera nelle interazioni fra identità individuale e identità collettiva» e «vede nei consumi culturali degli ancoraggi decisivi». Di generazione in generazione Mettendo a fuoco «la presenza dei media nei vissuti delle diverse generazioni», l’indagine ha ricostruito «il panorama mediale che le generazioni incontrano durante il loro periodo formativo e le dinamiche tecnosociali dell’evoluzione dei media». Così, se «la mappa dei prodotti mediali dei boomers mostra un numero tutto sommato limitato di prodotti a fare da sfondo ai grandi puntatori della memoria mediale generazionale (in questo caso il Carosello televisivo e il programma radiofonico Alto gradimento), il numero assoluto dei prodotti riportati cresce con i “neo”, fino a toccare il massimo con i “post”… È innegabile osservare – rileva la ricerca – come il panorama mediale che ha accompagnato la fase formativa dei boomers fosse in qualche modo più semplice, nel senso di una rilevanza “universalistica” dei prodotti mediali». Difatti, con il procedere del tempo prevale un loro utilizzo in chiave individuale e cala «la capacità dei media d’innescare processi di riflessività generazionale». Infine, pure la letteratura, intesa «come laboratorio di riflessione su istanze culturali come il linguaggio, la rappresentazione, la memoria, l’identità», è «un’officina di tradizioni e modi di sentire che ospita cruciali declinazioni culturali della categoria di generazione».

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