Il percorso fra i film di questi ultimi anni che toccano il tema dell'incontro col divino, mostrando storie di conversioni, continua con un'intensa pellicola del regista danese autore de «Le onde del destino».


Redazione

28/02/2008

In diversi percorsi che analizzano le Figurae Christi nella cinematografia degli ultimi decenni, il film Le onde del destino di Lars Von Trier (1996) è portato come caso emblematico. Questo film non è però l’unico che il regista danese costruisce attorno a un personaggio che si sacrifica per amore. Come ne Le onde del destino, infatti, in Dancer in the dark ritroviamo un personaggio che percorre la strada dell’annientamento di sé per la salvezza di un Amato.

Protagonista è Selma, emigrata dalla Cecoslovacchia agli Stati Uniti per poter sottoporre suo figlio Gene ad una operazione risolutiva della progressiva perdita della vista che lei e il figlio stanno subendo. Nonostante la cecità, Selma lavora giorno e notte in fabbrica per poter mettere da parte i soldi necessari all’operazione, che è molto costosa.

Suoi vicini di casa e proprietari della casa in cui vive col figlio sono Bill, un poliziotto che ha ricevuto una ingente somma di denaro in eredità, e sua moglie. La moglie del poliziotto vive nell’agiatezza, ignara del segreto che Bill, in preda all’angoscia, confida a Selma: i soldi dell’eredità sono finiti e Bill non sa come mantenere la moglie, che invece crede l’eredità un sostentamento perenne. Selma, colpita dal dolore dell’amico, cerca di consolarlo condividendo con lui il segreto della sua malattia.

Bill e Selma, due angoscie che si incontrano. Selma nella sua semplicità e con il cuore pieno dell’amore per la vita del figlio, lavora instancabilmente anche di notte e, in una estrema partecipazione al dolore di Bill, si offre di aumentarsi l’affitto per aiutarlo. Bill, sempre più tormentato dall’impossibilità di venire incontro alle richieste della moglie, arriva a chiedere un prestito a Selma, poi le sottrae il denaro tanto faticosamente risparmiato. Il tradimento di Bill non sconvolge Selma, che cerca di far ragionare l’amico e recuperare il denaro. Nella colluttazione però parte un colpo dalla pistola di Bill, che rimane mortalmente ferito. Il pensiero di Selma corre sempre alla felicità di Gene, e prima di venire arrestata, riesce a consegnare i soldi recuperati alla clinica dove il figlio potrà essere operato.

Durante la sua permanenza in carcere e il processo, Selma si rifiuta di rivelare il motivo della colluttazione per non svelare a suo figlio il pericolo di cui è ignaro – la perdita della vista – e non tradire la promessa fatta a Bill morente (sua moglie non deve sapere la reale situazione delle loro finanze). Questo rifiuto le costerà la condanna a morte.

Nell’angosciosa attesa dell’esecuzione, si apre uno spiraglio: la possibilità di riaprire il processo utilizzando i soldi che Selma ha accumulato per l’operazione del figlio. Selma si rifiuta di farlo, non vuole negare a suo figlio un futuro migliore del suo, e si incammina verso l’esecuzione con fermezza e coraggio. Solo qualche esitazione, appena prima di essere impiccata ed un ultimo pensiero: assicurarsi che l’operazione del figlio sia andata a buon fine. Ora può morire, perché suo figlio viva.

Oltre il chiaro svolgersi della storia come un cammino di Selma verso il sacrificio di sé perché il figlio possa vedere (la vista si può intendere anche come ritorno alla Verità, nascita alla Verità ), altri elementi caratterizzano Selma come una Figurae Christi. Prima di tutto – come in altri film di Von Trier – la protagonista è una straniera, e l’ambiente che la circonda si rivela inospitale dopo una prima (si scopre, fittizia) accoglienza. Inoltre, Selma viene tradita, proprio da chi condivideva con lei parte della vita tanto da chiederle e offrirle il suo conforto.

Dopo la fermezza nel rifiutare la riapertura del processo, nella bellissima e toccante scena finale, Selma compie un vero e proprio cammino verso il luogo dell’esecuzione. Il cammino è faticoso all’inizio, tanto che Selma non riesce a reggersi sulle gambe, e viene sorretta da una guardia carceraria. Nel proseguire del tragitto verso l’impiccagione però, Selma si abbandona alla sua scelta, e consola, abbraccia e conforta gli altri condannati come lei.

Al di fuori del contenuto del film, centrale per il nostro cammino cinematografico di Quaresima, da sottolineare sono anche alcune originali scelte registiche di Lars Von Trier. Le riprese sono tremolanti, evidentemente costruite per creare tensione e disagio nello spettatore, che si trova catapultato in una storia personale tormentata. Inoltre, come in altri film del regista danese, la musica è fondamentale per la comprensione della storia . Se nelle sue opere precedenti, era un importante elemento di sfondo della storia, qui la musica viene innalzata a co-protagonista. Il film è un vero e proprio musical, con brani originali composti dalla cantante-attrice Bjork.

Selma non solo recita in una compagnia amatoriale che sta portando in scena Tutti insieme appassionatamente , ma si lascia cullare da rumori tutt’altro che armoniosi (un treno in arrivo, il rumore delle macchine in fabbrica) che diventano canzoni che la aiutano a rifugiarsi in un mondo quasi parallello, dove le sue angoscie sono cantate e ballate nell’inconfondibile stile della cantante islandese.

a cura di Itl Cinema

DANCER IN THE DARK
Paese: Danimarca, Francia, Germania
Anno: 2000
Genere: drammatico/musicale
Regia: Lars von Trier
Attori: Bjork, Cetherine Deneuve, David Morse
Sito ufficiale: www.dancerinthedarkmovie.com

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