La «cultura dell’incontro» sottesa al messaggio di Papa Francesco nell’analisi di monsignor Claudio Maria Celli e della professoressa Chiara Giaccardi, intervenuti alla presentazione del documento

di Rita SALERNO

Monsignor Claudio Maria Celli

Un documento profondamente «francescano»: così monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, definisce il primo messaggio scritto da Papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Per il presule, intervenuto alla presentazione, si tratta di un testo in cui è possibile rilevare linee significative di una ecclesiologia cara al Pontefice argentino e che ha trovato compiuta affermazione in particolare nei due discorsi tenuti dal Santo Padre in Brasile.

Ne emerge l’immagine a tutto tondo di una Chiesa che vuole comunicare, che vuole dialogare con l’uomo e la donna di oggi nella consapevolezza del ruolo che le è stato affidato in questo contesto. Secondo Celli, la prima parte del messaggio è indirizzata al mondo laico della comunicazione, nel senso che il Papa offre concrete «riflessioni anche per quanti non hanno fatto un’opzione religiosa nella propria vita, ma sono ugualmente chiamati a percepire o già sentono la profonda valenza umana del mondo della comunicazione». Il tema-chiave del messaggio – comunicare per farsi prossimo all’altro – richiama il fatto che «la cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri».

Ma è la seconda parte del testo quella che, ad avviso di monsignor Celli, assume un particolare spessore e frequenze profonde. Il responsabile del dicastero vaticano delle comunicazioni sociali ha fatto riferimento alla parabola del buon samaritano che aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Alla luce di questo racconto evangelico – ha fatto presente – la sottolineatura del Papa allude al fatto che «non basta passare lungo le strade digitali, cioè essere semplicemente connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero». C’è dunque una profonda sintonia tra l’immagine della Chiesa delineata dal Santo Padre e il mondo della comunicazione. In particolare è una trilogia di espressioni – vicinanza, prossimità e incontro – che spesso torna nei discorsi del Pontefice. Da ultimo, monsignor Celli ha voluto ricordare un riferimento al discorso pronunciato da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, in chiusura dell’ultima sessione del Concilio ecumenico Vaticano II, che in più di un passaggio si rivela in piena sintonia con il messaggio bergogliano.

Per Chiara Giaccardi, professore ordinario della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, intervenuta alla presentazione, «nella comunicazione di Papa Francesco i gesti sono eloquenti e le parole sono programmi di azione. Una delle parole-gesto più presenti nell’esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii gaudium, è proprio “incontro”. Intesa come dialogo con la cultura contemporanea, come apertura per andare incontro all’altro». Di conseguenza, per la studiosa, sono tre le indicazioni offerte dal Pontefice con questo documento. La prima verte sulla comunicazione come conquista più umana che tecnologica: la rete, dunque, non va utilizzata come alibi o capro espiatorio. La seconda è comprendere la comunicazione come prossimità e non come trasmissione: questo ha profonde conseguenze su educazione, formazione, istruzione e catechesi. E terzo, ma non ultimo, quando parola e vita sono in sintonia profonda, perché il cuore si lascia toccare e trasformare dall’incontro, il comunicatore è autorevole. Perché la testimonianza, ovvero la parola incarnata, porta calore e bellezza su tutte le strade, anche quelle digitali.

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