Il viaggio apostolico di Leone XIV in Algeria è stata «una grande grazia, una grande gioia, una grande sorpresa», commenta padre Piero Masolo, missionario del Pime, che dal 2024 vive a Farmington Hills, un sobborgo di Detroit nello Stato del Michigan. «Sono stato per 12 anni in Algeria, un Paese bellissimo dove ho lasciato il cuore, dal 2014-15 a Touggourt, in un’oasi del deserto al confine con la Tunisia e gli altri anni ad Algeri». È rimasto colpito dal saluto al Papa del cardinal Jean-Paul Vesco, Arcivescovo di Algeri, in visita al Maqam Echahid, il Memoriale dei martiri algerini della guerra di indipendenza: «Ha pronunciato parole molto belle in inglese, citando Martin Luther King ha detto: “I have a dream: to see a Pope here in Algeria”. Il suo sogno era vedere un Papa in Algeria. Si è concretizzato ed è stata una grande emozione la stretta di mano con papa Prevost nella terra religiosa di cui anche lui è figlio, in quanto figlio di Sant’Agostino».
Secondo il protocollo l’invito al Pontefice è arrivato direttamente dal Presidente della Repubblica algerina…
Certo, essendo il Papa il Capo di Stato del Vaticano e avendo nunziature in tutto il mondo. È irrituale, però, che il presidente Tebboune qualche mese fa sia andato in visita a Roma e abbia invitato personalmente Leone in Algeria, sapendo che era un suo desiderio. Questo in realtà è il terzo viaggio di Robert Prevost in terra algerina: c’era già stato nel 2001 e nel 2013. Per questo conosce bene il Paese, lo si capisce anche da quello che ha detto nei giorni scorsi.

Il Santo Padre ha ricevuto un’accoglienza straordinaria da una popolazione quasi esclusivamente musulmana. Che cosa hanno visto in lui?
È questa la sorpresa. Nel senso che l’Algeria è un Paese ancora oggi chiuso, se si pensa al grande numero di turisti che vanno in Paesi limitrofi come Marocco e Tunisia. Non è così in Algeria, per tanti motivi storici e politici, e la minoranza cattolica e cristiana (ci sono anche gli evangelici) è infinitesima, una goccia nell’oceano. La conoscenza della Chiesa è molto limitata. A me è capitato tante volte di essere il primo cristiano – non dico cattolico, perché non fanno differenza -, il primo seguace di Gesù che incontrassero di persona. Quindi immagino la responsabilità che ognuno di noi porta, semplicemente perché vive o lavora lì.
Nella basilica di Nostra Signora d’Africa la comunità algerina si è stretta intorno al Papa che ha ricordato le radici profonde della loro fede…
Su 48 milioni di abitanti i cattolici possono essere 10 mila e gli evangelici 100 mila. Chiaramente i frequentatori abituali di «Madame l’Afrique», come viene chiamata (e non è Notre Dame L’Afrique), oppure «L’alla Miriam», cioè «Nonna Maria» perché Miriam è il nome di Maria nel Corano. Tutti i giorni si trovano donne che pregano la Madonna. Adulti e anche ragazzi che si fanno il selfie sotto la croce, anche se in teoria la rifiutano. È il luogo del dialogo interreligioso quotidiano. Per tante persone quella è la prima volta che entrano in una chiesa e che magari parlano con un cristiano. Altri invece lo considerano un luogo di preghiera, un luogo sacro, vi si recano ogni volta che hanno bisogno, come facciamo noi quando andiamo in un santuario e accendiamo una candela. Non lo fanno in una moschea.

Leone XIV è sempre molto vicino ai popoli che hanno sofferto. Penso al colonialismo e al terrorismo islamico in Algeria…
L’Algeria è un popolo che ha sofferto e che soffre, perché dal 1962 a oggi il Fronte di liberazione nazionale è sempre stato al potere con molti momenti di crisi, nonostante l’indipendenza del Paese. Per la Francia però l’Algeria non era una colonia, ma una parte integrante del territorio nazionale. La guerra è stata atroce perché la situazione era particolare. La partenza di un milione e mezzo di europei nati in Algeria ha significato per il Paese la perdita della classe media, di chi guidava l’economia, la cultura, la politica. Da un giorno all’altro gli algerini si sono ritrovati a dover improvvisare tutto. Poi c’è stata l’onda socialista e il desiderio di autonomia: questo per la Chiesa d’Algeria ha significato la chiusura di tutte le scuole e di tutti gli ospedali che, a metà degli anni Settanta sono stati statalizzati. Alla fine degli anni Ottanta è seguita una crisi politica: il Fronte islamico di salvezza che aveva vinto le elezioni non poteva governare perché il Fronte di liberazione nazionale non glielo permetteva. Quindi è scoppiata la guerra civile: un decennio nero con 150 mila morti tra cui i nostri 19 martiri.

E per la Chiesa cosa ha voluto dire?
È stato un colpo, perché ha perso i fedeli laici. La Chiesa cattolica in Algeria era il 10-15% della popolazione e si è trovata a essere lo “zero virgola” in poco tempo. Negli anni Settanta aveva perso le strutture, però c’erano ancora preti e suore che continuavano a servire nelle scuole come insegnanti, responsabili, direttori, ma anche negli ospedali, come medici e soprattutto infermiere. Poi negli anni Novanta molti di loro sono partiti, tante comunità non si sono sentite di rimanere in quella situazione così pesante di terrorismo. Tra chi è rimasto, il 10% è stato ucciso: su 200 persone c’erano religiosi, sacerdoti, suore, monaci, fratelli. L’ultimo colpo è stato nel 2022, quando il governo ha deciso la chiusura di Caritas Algeria e questo ha costretto a interrompere tutte le attività di sostegno, soprattutto ai migranti, ma anche di promozione femminile, che ancora oggi è la prima sfida nel Paese, insieme a quella dei giovani che non hanno lavoro. Tutto questo per dire che la Chiesa resta una piccola luce significativa, un segno, ma non esisterebbe senza tanti musulmani di buona volontà che davvero vogliono lavorare con noi e che ci permettono, per esempio, di gestire biblioteche, non un semplice prestito di libri, ma centri culturali, dove si aiuta per esempio nella stesura delle tesi di laurea o si insegna l’arabo alle donne.
Nei giorni scorsi papa Leone è stato attaccato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per i suoi appelli alla pace e le parole forti che ha pronunciato recentemente…
Prima della partenza per l’Algeria sono uscite queste dichiarazioni per i richiami di Prevost alla pace. Ma la risposta è nel logo ufficiale del viaggio di papa Leone, «As-salamu alaykom», la pace sia con voi. Una frase che anch’io ripeto sempre quando parlo con un amico algerino. Questo slogan credo sia la migliore risposta, perché si è trattato di un viaggio di pace per costruire legami, relazioni, e di pace nel cuore di cui c’è più bisogno.




