Vicinanza e speranza per questo tempo ancora segnato «dall’assedio dell’epidemia» animano il testo. Tra i concetti-chiave, la riconoscenza per quanto fatto nell’emergenza, l’incoraggiamento a tornare a Messa, gli inviti a imparare a pregare, pensare, sperare oltre la morte e prendersi cura gli uni degli altri

di Pino NARDI

«Sentiamo il desiderio che giunga a tutti una parola amica, in questo momento di complicata ripresa delle attività consuete, che è segnata dall’assedio dell’epidemia». Comincia così il Messaggio dei vescovi lombardi inviato ai fedeli delle Diocesi della regione (in allegato il testo integrale), al termine della sessione svoltasi a Caravaggio il 16 e 17 settembre.

Un messaggio di vicinanza e di speranza, in una situazione ancora difficile. «Vorremmo raggiungere tutti con una parola amica che incoraggi a guardare il futuro con speranza. La parola amica è ospitata nella conversazione di chi ascolta con attenzione e parla con semplicità sapendo di essere ascoltato; nel discorrere di chi trova conforto di condividere pensieri, buone intenzioni, trepidazione, speranze; nel confrontarsi di chi non pretende di risolvere tutto o di dettare ricette, ma è persuaso che insieme si può fare molto, qui, ora, nel gesto minimo che semina benevolenza, solidarietà, serenità».

Sono diverse le parole amiche segnalate dai pastori. Innanzitutto la riconoscenza. «Abbiamo constatato che la gente buona, operosa, onesta, competente che tiene in piedi il mondo abita nello stesso condominio, viaggia sullo stesso treno, e nell’emergenza si rivela quell’eroismo quotidiano che non ti aspetti – scrivono i vescovi -. La parola della riconoscenza, le espressioni di stima, l’apprezzamento per le fatiche straordinarie affrontate nel servizio sanitario, nella didattica a distanza, nella gestione dei servizi essenziali nei negozi, nei cimiteri, nella gestione dell’ordine pubblico, tutto questo può cambiare il clima della convivenza ordinaria».

Dopo questi mesi di chiusura, i vescovi lombardi invitano a tornare a celebrare le Messe in presenza e a imparare a pregare. «Nei giorni del blocco, abbiamo sofferto di liturgie sospese, di partecipazioni solo virtuali alle celebrazioni, e insieme abbiamo avuto esperienze di preghiere in famiglia meglio condivise, di preghiere on-line divenute consuete, di sovrabbondanti offerte di trasmissioni di momenti di preghiera». Ma tutto ciò, pur essendo una ricchezza, non può bastare. «Questo è il tempo adatto per imparare di nuovo a celebrare, a pregare insieme, a pregare personalmente, a pregare in famiglia. Ritroviamo nella domenica, nel giorno del Signore e “Pasqua della settimana”, il gusto e la gioia di riscoprirci Chiesa, popolo santo convocato intorno all’altare per celebrare l’Eucaristia, dopo i lunghi giorni in cui non è stato possibile radunarci. È necessario incoraggiare la fedele partecipazione alla Eucaristia domenicale e, per chi può anche feriale: famiglie e bambini, ragazzi e giovani, adulti e anziani, tutti siamo convocati alla mensa del Risorto, parola e pane di vita».

Oltre alla preghiera, i credenti devono imparare a pensare. «Abbiamo provato fastidio per le discussioni inconcludenti, per i pronunciamenti perentori, per slogan e luoghi comuni. Adesso abbiamo bisogno di imparare a pensare. Il pensiero promettente è quello che introduce alla sapienza: non solo l’accumulo di informazioni, non solo la registrazione di dati, non solo le dichiarazioni di personaggi resi autorevoli più dagli applausi che dagli argomenti. Cerchiamo il significato delle cose, non solo la descrizione dei fatti; abbiamo bisogno di imparare la prudenza nei giudizi, il vigile senso critico di fronte alle mode e ai pensieri comandati, la competenza a proposito della visione cristiana della vita»Per essere all’altezza del compito si deve valorizzare il «patrimonio inestimabile di conoscenze e valutazioni» dell’Università cattolica: «Nelle nostre città sono presenti università, centri di ricerca, proposte di confronto che non possiamo sciupare; dobbiamo cercare anche nelle nostre comunità occasioni per approfondire l’insegnamento delle Scritture e della Chiesa, madre e maestra, per rileggere il catechismo».

Un’attenzione particolare è rivolta ai giovani, alle prese con l’inizio di un anno scolastico particolarmente delicato, ai quali va tutto il sostegno e l’augurio dei vescovi.

La pandemia ha portato molti lutti e sofferenze. Per questo occorre imparare a sperare oltre la morte. «Forse non pensavamo che la morte fosse così vicina e terribilmente quotidiana, come il tempo dell’epidemia ha rivelato in modo spietato: molte persone che abbiamo conosciuto e amato sono andate sole incontro alla morte, molti contagiati dal virus hanno sentito la morte vicina nell’esperienza drammatica della terapia intensiva, tutti coloro che hanno avvertito sintomi gravi hanno sentito il brivido del pericolo estremo». Tuttavia, «nel contesto che vive alternativamente e pericolosamente di depressione e di euforia, i discepoli del Risorto sono inviati per essere testimoni della risurrezione». Le Messe di suffragio per i morti a causa del Covid, che si celebreranno in queste settimane, non saranno «una consolazione surrogata alla desolazione di un mancato adempimento, ma della celebrazione comunitaria della speranza cristiana che, nella gloria del Risorto, contempla la comunione dei santi».

Tra i segni di speranza, nell’angoscia di mesi di lockdown, di certo c’è tutto quel mondo di gratuità e solidarietà che è emerso ancora di più come patrimonio del Paese. Imparare a prendersi cura, scrivono i vescovi. «Abbiamo imparato e dobbiamo imparare che la delega delle cure alle istituzioni e alle professionalità specializzate non può essere un alibi. La fraternità ci chiede quella forma di prossimità che coinvolge personalmente in relazioni di aiuto, in legami affettuosi, in parole di conforto e di testimonianza». E si parla di fatti concreti, «dello stupefacente spettacolo della solidarietà che è stato offerto a tutti nel momento dell’emergenza. I professionisti e i volontari, le associazioni e i singoli, i familiari e i vicini di casa, il personale degli ospedali e le diverse espressioni della comunità cristiana e della società civile hanno provveduto con dedizione disinteressata e non senza sacrificio perché nessuno fosse solo, nessuno fosse abbandonato». Si tratta quindi «di praticare il gesto minimo che dà volto di fraternità alla società, che coltiva l’arte del buon vicinato, che vive la professione e il tempo libero come occasioni per servire al bene comune. Ciascuno trova la sua sicurezza non nell’isolamento, ma nella solidarietà».

E una conclusione forte dei vescovi lombardi: «Imparare a prendersi cura gli uni degli altri è anche un programma di resistenza contro le forme di disgregazione sociale insinuate dalle seduzioni dell’individualismo, dell’indifferenza, dell’interesse di parte, dagli interessi di quel capitalismo senza volto e senza principi morali che vuole ridurre le persone a consumatori, le prestazioni sanitarie e assistenziali a investimenti, l’intero pianeta a fonte di guadagni praticando uno sfruttamento scriteriato».

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