Ciò che ricorderemo di Enzo Bianchi non lo sapremo da subito, ma sarà necessario pazientare ancora a lungo. È l’opinione del teologo Marco Vergottini, che col fondatore della Comunità di Bose ha condiviso letture, progetti editoriali e soprattutto un’amicizia, sviluppatasi nell’ultima parte della sua vita.
Il loro primo incontro avvenne a Bologna, a un congresso sul Concilio Vaticano II, ma non è scorretto affermare come Vergottini lo “conoscesse” già da diversi anni, perlomeno nella sua forma di autore. Nel corso della sua vita, Bianchi è stato infatti uno scrittore prolifico non solo di temi ecclesiali, ma anche di riflessioni e meditazioni bibliche. Non a caso la Comunità di Bose è nota anche per la sua casa editrice, Edizioni Qiqajon, a cui si si sono aggiunte negli anni anche newsletter e podcast. Fu proprio l’editoria, tempo dopo, a far incontrare Bianchi e Vergottini, che ricorda: «Con la casa editrice Solferino stavo organizzando una serie di profili teologici del Novecento, e convenimmo che Enzo Bianchi potesse essere la persona giusta per accompagnare la pubblicazione».
In quel frangente Vergottini ebbe modo di conoscerlo: «Era una persona disponibile e generosa. Insieme a mia moglie siamo andati più volte a trovarlo a Camadia. E ciò che mi colpiva era appunto la sua grande disponibilità nel confrontarsi sul futuro della Chiesa, e la condivisione di ricordi di grandi figure del passato, a partire dal cardinale Martini. Senza contare la sua straordinaria capacità culinaria: cucinava sempre deliziosi risotti o arrosti che condivideva con grande amicizia».
Bianchi è conosciuto soprattutto per la realtà di Bose, un modello misto ed ecumenico che rappresentò una novità assoluta dell’Italia post conciliare, in principio composto da lui solo e poi, lentamente, allargatosi grazie alle persone che condivisero questo percorso. Vergottini ricorda come la Comunità fosse capace di raccogliere chiunque fosse alla ricerca di misurarsi con le domande forti della vita: «A Bose potevi trovare preti, vescovi o laici che chiedevano di essere ospitati per un momento forte di esperienza spirituale».
Tra le opere a cui Bianchi era particolarmente legato c’era Fraternità, pubblicato da Einaudi, di cui Vergottini ricorda la sorpresa dell’autore per l’intervento inaspettato di papa Francesco: «Una volta saputo dell’uscita del testo, il Pontefice, di propria iniziativa, volle scriverne la prefazione. Bianchi ne fu particolarmente contento, specie considerando che coincise con gli anni più difficili per lui, dopo l’allontanamento da Bose».
Oggi Enzo Bianchi non c’è più, ma ciò che non è scomparso è la sua eredità. «Era un cristiano esemplare che ha vissuto con grande coraggio la sua esperienza, tenendo a specificarla come laicale: molti lo chiamavano “padre” , ma in realtà lui è sempre stato un frate, un fratello, un monaco. Insieme al cardinale Martini e a figure come don Bruno Maggioni, almeno per noi “giovani” degli anni Settanta e Ottanta, è stato colui che più è riuscito a dare risalto al capitolo sesto della Dei Verbum. Ma soprattutto è stato in grado di rendere le Scritture familiari per tutte le vocazioni, non solo per gli addetti ai lavori. Enzo è sempre stato un faro per tutte le persone minimamente curiose del tema, facilitandone la possibilità di accesso. E questo perché si è sempre preoccupato di far sì che chiunque potesse riflettere sul mistero di Dio e sul Vangelo. Il suo contributo rimarrà, e i suoi testi lo faranno vivere ancora».





