Frequenta la comunità di Bose da più di trent’anni e ora prova «un senso di gratitudine infinita e di profonda nostalgia» per quello che Enzo Bianchi, scomparso martedì primo settembre, ha rappresentato. Don Roberto Davanzo, parroco nella comunità pastorale di Santa Maria nascente di Calvairate, a Milano, iniziò i suoi pellegrinaggi a Bose all’inizio degli anni Novanta, quando era assistente regionale Agesci. Poi la consuetudine «si è mantenuta anche negli anni in cui sono diventato prima parroco e poi, nel 2004, direttore di Caritas Ambrosiana», ricorda don Davanzo.

In particolare, don Davanzo racconta come Enzo Bianchi sia stato, a inizio anni Duemila, una guida per tutto il mondo Caritas: «Per noi era un punto di riferimento, anzitutto individuale: Bose era diventata una specie di piccola oasi nella quale ciascuno, periodicamente, poteva andare a bere un po’ di acqua fresca, in termini di riflessione teologica. Ma Bose è stata una guida anche comunitaria: la ricchezza con la quale veniva letta la parola di Dio, la loro spiritualità profondamente biblica e incarnata nella storia, la riflessione anche antropologica della Comunità sono state un terreno fertile per aiutarci a coltivare il mandato della Caritas diocesana. Abbiamo “saccheggiato” molte delle riflessioni che Enzo ci offriva, per non parlare delle volte che lo abbiamo invitato direttamente a parlare a qualche nostro convegno».
Per questo don Davanzo ricorda con sofferenza il tempo dell’uscita di scena di padre Enzo da Bose: «Senza pretendere assolutamente di dare alcun giudizio – afferma – la sua dipartita da Bose nulla toglie a quanto lui ha rappresentato per la Chiesa italiana e per le Chiese europee: nella proposta di una comunità religiosa originale, ispirata dall’insegnamento del Concilio Vaticano II, e nel suo prezioso contributo al dialogo interreligioso ed ecumenico».



