«Vorrei anzitutto ringraziare papa Leone XIV per le sue prese di posizione a favore della pace, ribadite, fin dalla sera della sua elezione al Soglio. I suoi richiami alle guerre che – come in Ucraina o più recentemente, in Libano – sono sulle prime pagine dei giornali, ma anche ai conflitti dimenticati, non possono che muovere le nostre coscienze e spingerci a ringraziare per il suo costante operato». È questo il primo pensiero che il vicario generale, monsignor Franco Agnesi, vuole rivolgere, a nome anche dell’Arcivescovo e dell’intera Diocesi, al Santo Padre in un momento così delicato come l’attuale. E aggiunge: «Come Chiesa ambrosiana ci uniamo a quanto scritto dalla presidenza della Cei, rinnovando la nostra vicinanza, l’affetto e la preghiera e auspicando rispetto per la sua persona e il suo ministero».
Un rispetto che il presidente degli Stati Uniti non ha certo dimostrato, portando indietro le lancette della storia di secoli. Leone XIV ha detto subito che «non è un politico e non intende entrare in una discussione con Trump»…
Chiedere la pace, da parte del Pontefice, non indica, evidentemente, un messaggio politico, ma di umanità e di fede scritto nel Vangelo. Il Papa lo ha sottolineato chiaramente e potremmo anche ricordare che ha preso la parola, rispondendo ai giornalisti, sull’aereo che lo stava portando in un Paese martoriato dalla guerra civile e segnato dal sangue dei martiri, come l’Algeria. Credo che le sue parole, al di là delle sconcertanti affermazioni del presidente degli Stati Uniti – per cui non esiste una giustificazione possibile -, siano anche di monito e di auspicio per il suo quarto viaggio apostolico che si svolge in una continente devastato dai conflitti e dalla povertà come è l’Africa.

In questi giorni si è celebrato l’anniversario della promulgazione dell’enciclica «Pacem in terris», avvenuta l’11 aprile 1963. La storia non ha insegnato niente?
A guardare cosa accade nel mondo in questo tempo si direbbe proprio di no. Per questo mi pare ancora più urgente e importante il riferimento del Papa alla pace mondiale fondata sulla verità, la giustizia, la carità e libertà, ponendo la dignità umana al centro, come si legge, appunto, nell’Enciclica. Dirlo nel cuore del Concilio e di una crisi mondiale, segnò, indubbiamente, quella che ad alcuni parve una novità, ma è l’insegnamento eterno del Signore Gesù, del Vangelo e della Chiesa. Da cristiani non possiamo che essere “operatori di pace”, come, infatti, ha ancora evidenziato il Santo padre.
Nella sua riflessione per la Veglia di preghiera dell’11 aprile scorso, il Pontefice ha detto: «Vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi, è il tempo della pace, sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte. Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi». Come possiamo portare il nostro contributo quali semplici cittadini?
Come ricorda papa Leone, ascoltando il grido di chi soffre, dei più indifesi come i bambini e, anche nella nostra vita quotidiana, non alimentando parole o atteggiamenti ostili nei confronti degli altri. Come cristiani abbiamo un’ulteriore responsabilità: rendere concreti i nostri comportamenti secondo l’insegnamento di Gesù, della Chiesa e del Papa.



