Ci vorrebbe un cielo pieno di aquiloni. Allora sì che potremmo cominciare l’anno pastorale con l’animo giusto. Perché, diciamolo francamente, la tentazione diffusa è di sentirsi come Sisifo: ai piedi di una montagna con un macigno da spingere per l’ennesima volta in vetta. Per questo ci vorrebbero degli aquiloni e qualcuno con la passione di costruirli e il coraggio sfacciato di farli volare.
L’intuizione è di Romain Gary che ha scritto un romanzo delicato e bellissimo sulla resistenza nella Francia occupata dai nazisti e l’ha intitolato proprio così: gli aquiloni. E, leggendolo, sentiamo di avere bisogno anche noi di punti colorati che si innalzino nel cielo, che ci costringano a sollevare lo sguardo e a dare spago all’immaginazione. Perché senza immaginazione la vita è condannata a strisciare a terra, schiacciata dal peso della sua routine, che a volte è più difficile da sostenere dei mille problemi che ci cadono addosso. L’immaginazione invece è creativa, non si rassegna al destino, investe su quello che ancora non c’è. È un tratto tipico della speranza questo di non confidare semplicemente nella buona sorte, ma di prefigurare strade possibili, trovando la forza, il coraggio e persino il buon umore necessari a dare forma al futuro.
D’altra parte, ricorda Gary, ogni aquilone, se non vuole “perdersi nell’azzurro”, deve anche rimanere ancorato al suolo, con il cordino tenuto saldamente in pugno. Vivere chiede di fare i conti con la realtà: con quello che siamo e con quello che le diverse situazioni ci impongono. Altrimenti le nostre fantasticherie sono solo destinate a produrre cocenti disillusioni. La vita degli uomini si spegne se si trascina sotto un cielo vuoto, ma non per questo può vivere tra le nuvole e c’è molto lavoro da fare.
Mi sembrano ottime indicazioni per un periodo come il nostro in cui tanti sono stanchi e sfiduciati e patiscono una cronica mancanza di speranza: è tempo di far volare i nostri aquiloni, profittando di venti propizi, capaci di dare fiato e voglia di andare lontano.
Sono ottime indicazioni anche per i tanti (a volte gli stessi) che cercano respiro in paradisi irreali, piccole parentesi fuori dal mondo, emozioni inebrianti a margine della vita: è il momento di ritrovare concretezza e senso di responsabilità, perché il bene possibile non è quello che guadagniamo anestetizzando i nostri sensi e i nostri pensieri, ma quello per cui insieme lavoriamo (o lottiamo, se è il caso): ci sono interi territori che attendono di essere liberati, edifici nei quali eravamo soliti abitare e che vanno ricostruiti, affetti che abbiamo perso per strada e che vanno rintracciati, medicati, vissuti.



