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Editoriale

Spogliazione di un Papa

Nel 2009 il giovane scultore Jago realizza un busto di Benedetto XVI. Dopo le dimissioni del pontefice nel 2013, lo “sveste” nel marmo, mostrando la fragilità dell’uomo. Un gesto non dissacrante ma simbolico, che interpreta l’umiltà evangelica di Joseph Ratzinger come vera grandezza

di Fabio LANDI

15 Luglio 2024
Don Fabio Landi

Per il concorso delle Accademie Pontificie un giovanissimo scultore realizza il busto in marmo del papa. È il 2009 e il papa è Benedetto XVI. L’impresa assomiglia a quella di un artista rinascimentale, ma lo scultore è un ragazzo ciociaro poco più che ventenne noto sui social semplicemente come Jago. Ha una schiera di critici entusiasti, alcuni dei quali lo definiscono addirittura un nuovo Michelangelo. Il busto del 2009 ottiene l’apprezzamento del Vaticano e viene premiato. Si chiede però all’autore, che aveva scolpito un viso con gli occhi cavi, di inserirvi le pupille. Lui rifiuta e riporta a casa l’opera.

Quando l’11 febbraio 2013 il pontefice annuncia le sue dimissioni, il giovane talento decide di rimettere mano alla propria creazione e, a colpi di scalpello, comincia a rimuovere i sontuosi abiti papali. È una vera e propria svestizione che fa emergere dal marmo il petto rugoso di un anziano.

L’intenzione non è offensiva o denigratoria. Semmai è la trascrizione nella pietra di quanto il mondo intero in quei giorni riconosce stupefatto: il coraggio e l’altezza incomparabile di un’umiltà autenticamente evangelica, quella di chi non ha mai inteso che i riflettori fossero destinati alla propria persona, ma solo al mistero che essa è chiamata a testimoniare. Joseph Ratzinger nel suo gesto di rinuncia si spoglia anche di ogni proiezione del sacro, depone l’aurea ieratica che lo separa dai comuni mortali e lo eleva a un rango inaccessibile. Colui che è quasi integralmente sequestrato dal ruolo che riveste, mette ora allo scoperto la propria umanità tutta terrena, così prossima a quella di ciascuno di noi. Nella fragilità anche carnale che diviene improvvisamente visibile traspare una grandezza nuova, molto diversa da quella dei potenti della terra; una grandezza che allude più che mai alla grandezza divina, se è vero che il suo modello è quello di Cristo che spogliò se stesso umiliandosi fino alla morte di croce (Filippesi 2).

A dieci anni di distanza e a un mese dalla morte, quella scultura apparentemente dissacrante e un po’ scandalosa risulta forse uno dei ritratti più efficaci di papa Benedetto. Come l’omonimo santo che a metà del primo millennio ha trasformato l’Europa con una scelta di preghiera e lavoro silenzioso ritirandosi in un monastero ai margini del mondo, così il papa appena scomparso consegna al nostro tempo un esempio che mette in crisi le gerarchie più scontate lasciandoci il sospetto che l’unica opera davvero feconda e duratura non sia quella che si impone col potere e con la forza, ma quella che si svela (letteralmente) nella nostra disarmata debolezza.