La deposizione. Così si intitola un libro del 2016 di Pascale Robert-Diard, nel quale la giornalista di Le Monde racconta una vicenda giudiziaria quasi incredibile: per poco meno di quarant’anni un uomo accusato di omicidio viene difeso e scagionato dalla propria famiglia, finché uno dei figli trova finalmente il coraggio di sottrarsi al magnetismo della figura paterna, alla sua forza seduttiva e manipolatoria, e arriva a dire in tribunale quella verità che non era mai riuscito a dire neppure a se stesso. È l’esito di un percorso lungo e faticoso, che parte dall’infanzia e dura una vita intera: una vita di sottintesi inesprimibili, di parole rimosse e di decisioni subite. La sua testimonianza davanti al giudice è il primo vero atto di libertà.
Per questo, la deposizione, che allude alla dichiarazione rilasciata durante il processo, definisce ancor meglio il gesto di ribellione contro una sovranità non più sopportabile. Il padre ha finito di abusare del suo potere su tutti: è stato detronizzato, spogliato del suo fascino e mostrato nella sua verità di assassino e di ingannatore.
Soltanto attraverso questo passaggio è possibile sperimentare anche il terzo significato connesso al verbo deporre, quello cioè che si riferisce all’atto di togliersi qualcosa di dosso, di sgravarsi di un peso e quindi di tornare a respirare. È un obiettivo che in alcune situazioni può sembrare addirittura impossibile, eppure anche questo è contenuto nella parola deposizione.
L’inchiesta di copertina di Luisa Bove fa il punto su quanto la Chiesa sta provando a fare in tema di abusi. Non solo sul versante degli abusanti, ma anche su quello delle vittime, che è non meno urgente e impegnativo. Prevenire e reprimere, infatti, sono qualcosa di necessario ma non sufficiente. Occorre anche sostenere chi l’abuso l’ha già subito. Comprese le vittime indirette: i familiari, innanzitutto, ma anche le comunità che sono rimaste ferite e scandalizzate. Un singolo male può arrivare molto lontano e il lavoro necessario per medicare, per restituire fiducia e perché ciascuno riesca a deporre il peso che porta nel cuore, richiede un’infinita delicatezza e tempi lunghi.
Quest’anno la quaresima inizia presto e torneremo nella via crucis a fare memoria di un ultimo significato della parola deposizione, quello che ci è più proprio e più caro. Nella morte di Gesù convergono per altro i sensi precedenti: la denuncia del peccato e la lotta mortale contro “il Principe di questo mondo”, la pietà umana che amorevolmente prende in custodia la vittima innocente e la pietà divina che accetta di subire fino in fondo il destino di coloro che soffrono ingiustamente. Sarebbe importante, anche nelle nostre liturgie, non dimenticare nessuno di questi aspetti.



