Il 26 novembre 2022 avrebbe compiuto cento anni. Charles M. Schulz è morto invece nel 2000, dopo aver disegnato le strisce dei Peanuts per mezzo secolo esatto.
Un piccolo tributo glielo dobbiamo e non solo perché Charlie Brown, Snoopy e Linus sono universalmente noti, persino a chi non ha mai letto un fumetto. Glielo dobbiamo anche come Chiesa. Sì, perché Schulz, con autentico genio cristiano, per decenni è riuscito a parlare a tutti, persino a chi non ha mai letto il vangelo, raccontando con leggerezza le profondità del cuore umano, le sue contraddizioni, il suo inesausto desiderio di salvezza.
L’ha fatto senza ricorrere a toni omiletici o alle sofisticazioni della teologia, utilizzando il linguaggio povero delle vignette. Ma la grammatica è quella evangelica. Le sue strisce sono brevi, fulminanti parabole della vita umana. Ci raccontano il nostro mondo interiore e il mistero dell’esistenza e lo fanno attraverso episodi spicci in cui chiunque si può riconoscere. Pochi tratti di matita disegnano un paesaggio minimo e ripetitivo, contemporaneamente universale e familiare. Lo stile è quello della predicazione di Gesù che annuncia il regno dei cieli puntando lo sguardo sull’esperienza comune: il lavoro della semina e del raccolto, l’invito a un banchetto, la partenza di un figlio. Schulz descrive la vita quotidiana di un drappello di bambini con le loro vicende apparentemente insignificanti: peanuts, noccioline. La logica è quella dell’incarnazione.
I bambini di Schulz hanno poco della elementare innocenza che associamo all’infanzia. I loro discorsi rivelano le nostre stesse insicurezze, la volontà di apparire più grandi di quello che siamo, l’aspirazione a essere amati, la ricerca ostinata della felicità. Le loro dinamiche testimoniano tratti dell’infanzia che di solito ignoriamo: la schiettezza brutale, l’egoismo unito alla percezione di una reale impotenza, ma anche il sogno di traguardi smisurati, il disgusto per l’ingiustizia, uno sguardo stupefatto sulla vita e le sue stranezze.
Il centenario Schulz ha molto da insegnare alla Chiesa di oggi. Se non altro a uscire dai propri codici autoreferenziali e a parlare la lingua di tutti. Anche plasmandola e introducendovi creazioni proprie, che diventino a loro volta figure indimenticabili e nuovi luoghi comuni. Il mondo di oggi non è più quello di Snoopy e Charlie Brown: corre più veloce, comunica sui social, vive e si pensa onlife. Non per questo è un mondo refrattario alle grandi questioni della vita e della morte. Occorre che noi cristiani ancora una volta raccogliamo la sfida di offrire il tesoro del vangelo con le parole del tempo che ci è dato in sorte.



