Visita pastorale al Decanato Saronno. Ai moltissimi fedeli riuniti nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Rovello Porro, l’Arcivescovo ha chiesto di «comunicare e fare emergere la vita bella del Vangelo»

di Annamaria BRACCINI

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Quota 60. Sono le realtà che ha ormai raggiunto la Visita pastorale decanale voluta dal cardinale Scola con i caratteri della ferialità e della sobrietà. Il Decanato è quello di “Saronno”, tra i più popolosi della Diocesi con i suoi 160-170mila abitanti, la chiesa, in cui si svolge l’assemblea, è quella luminosissima dei Santi Pietro e Paolo a Rovello Porro. Chiesa gremita di laici, di sacerdoti e consacrati, nella cui abside, quasi fosse un richiamo scelto per l’occasione, sono illustrati i quattro “fondamentali” della Chiesa di Gerusalemme che tornano nella Lettura iniziale degli Atti degli Apostoli 2. Lo nota il decano don Maurizio Corbetta – accanto all’Arcivescovo siede anche il vicario episcopale di Zona IV, monsignor Giampaolo Citterio – che dice: «Il 14 giugno prossimo, alla presenza del Vicario generale, confermeremo il passo in più che siamo chiamati a compiere come frutto buono di questa Visita». Effetti positivi, peraltro, già emersi dal clima comunionale di preparazione, compiuto sulla Lettera “Educarsi al pensiero di Cristo”, dal quale sono nate le domande dei fedeli.
Evidente la soddisfazione del Cardinale per una serata curata nei minimi dettagli e soprattutto per la partecipazione di tanta gente e giovani. «La vitalità che sta emergendo, in queste ormai sessanta Assemblee, è un grande conforto per ogni cristiano e per tutti i battezzati che, se anche hanno perduto la strada di casa, sono sempre nostri fratelli. Siamo pronti ad accogliere chiunque voglia ritrovare Gesù o conoscere la sua sequela»

Il senso e lo scopo della Visita pastorale 

L’introduzione dell’Arcivescovo si avvia dalla natura della Visita, «espressione privilegiata dell’azione del Vescovo che si rende presente per convocare, guidare, incoraggiare, consolare il popolo che gli è affidato» e dalla ragione profonda dell’iniziativa – colmare il fossato tra la fede e la vita, ritornando a ragionare secondo Cristo, anche quando si esce dalla chiesa –, per giungere, infine, alla scelta dell’articolazione in tre momenti.   
«Con il Consiglio Episcopale Milanese abbiamo voluto mettere a tema il problema di questa frattura, perché seppure vi è più convinzione oggi nel partecipare all’Eucaristia rispetto a qualche decennio fa, tendiamo a subire alcune convinzioni del pensiero dominante che non sono secondo il modo di pensare di Cristo». Dopo aver ricordato la presenza del Papa a Milano, il 25 marzo prossimo – «un segno di affetto: questa consapevolezza deve far ci vivere anche la Visita pastorale con maggiore convinzione e partecipazione» –, si avviano, subito, le cinque domande. 

Famiglia e Pastorale giovanile 

Giovanni da Origlio chiede della famiglia; Lucia, una ragazza di Gerenzano, si interroga sul modo di trasmettere la fede soprattutto ai suoi coetanei.  
«La famiglia come soggetto di evangelizzazione, è il luogo dove i genitori insegnano la bellezza della vita cristiana. Anche se i giovani faticano a comprendere la fedeltà, tocca  agli sposi, ai fratelli, ai parenti,  un primo annuncio del Vangelo in casa propria e nella trama di rapporti che si vive. Evangelizzare in modo diretto vuole dire questo. Bisogna assumersi il compito di affrontare i problemi dall’interno della famiglia stessa dialogando con altre. Questo devono fare le famiglie cristiane. Dobbiamo intensificare l’accompagnamento dei giovani in modo che, all’interno di un’amicizia centrata sulla fede, si trovi un punto di compagnia e di incontro. Se vivessimo con un tale atteggiamento – spiega Scola –, se tutte le famiglie ponessero un gesto semplice di vicinanza, ci sarebbe una vita cristiana che riparte». 
Evidente il messaggio:  «Se i giovani, che non sono nella grande maggioranza contrari e nemmeno indifferenti, si discostano dal fascino della proposta cristiana è perché non vedono più in che senso la fede dà alla vita senso pieno, bello, vero e buono, capace di unificare la persona. Insegniamo loro la fedeltà dell’appartenenza, cosicché, seppure oggi studiano e si sposano, magari, dall’altra parte del mondo, essi continueranno a sentire “il per sempre” della proposta e a ricercare la comunità. Siamo chiamati a testimoniare e a condurre i nostri ragazzi a un senso di apparenza forte e stabile alla Chiesa».  

Carità e cultura 

È la volta di Manuela di Turate, che si sofferma sull’ambito caritativo, e di Carlo da Saronno che affronta il rapporto tra cultura e fede. 
«Paolo IV, nel 1971, dando vita alla Caritas aveva già l’intenzione di separare la  tensione alla carità dalle opere che eventualmente ne potevano sorgere. Noi invece corriamo il rischio di delegare. Anche se le opere sono importantissime (basti pensare al contributo di sostegno nel welfare), da sole non bastano: la carità deve diventare uno stile di vita, educandoci ad amare», non a caso, uno dei quattro “fondamentali” della vita cristiana. E, «poiché, come uomini, siamo limitati, è necessaria la ripetizione di gesti semplici come donare un poco del proprio tempo agli anziani o a persone in difficoltà». Con questo “stile” occorre anche affrontare il tema dell’immigrazione senza paure, suggerisce Scola che racconta come, a livello di Vicari episcopali di Settore, si sia «creato un piccolo nucleo che inizia a riflettere sui modi per aiutare i bambini musulmani che arrivano nei nostri oratori». 
Poi, la cultura: «È verissimo ciò che diceva san Giovanni Paolo II: una fede che non divenga cultura non è pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Per questa cultura, che «non è un accessorio, bisogna lavorare e impegnarsi»  

La vita nella Chiesa

Infine, Maria Rosa di Caronno Pertusella, che pone l’accento sulla vita nella Chiesa  «Questa ultima domanda crea il terreno di base sul quale tutto ciò che abbiamo detto trova la sua collocazione unitaria. Il nostro gesto di stasera è, infatti, espressione del cammino della Chiesa». Il pensiero non può che andare, in un Decanato così grande, alle Comunità Pastorali. «Che questo cammino sia faticoso, è inevitabile, ma necessario, perché la Pastorale di Insieme è propria del Cristianesimo che va sempre incontro alla realtà che muta. Le CP si comprenderanno tra 15 o 20 anni, ma la loro scelta è profetica e non dovuta solo alla diminuzione dei preti».
La ragione vera è che «il Cristianesimo «in quanto avvenimento, si comunica solo attraverso un altro avvenimento e che la Chiesa, perciò, è il luogo di una  testimonianza reciproca che nasce dalla conoscenza della realtà e dalla sua comunicazione nella verità: questo ci rende cristiani vivi». 
Insomma, per usare le parole di monsignor Citterio che concludono l’Assemblea, «Siamo una Chiesa in cammino che deve portare la propria testimonianza negli ambienti di vita quotidiana e procedere, in parrocchia, dopo l’incontro con l’Arcivescovo, Successore degli Apostoli, nella logica della Visita con i passi ulteriori da compiere». 

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