Presentato, presso la Fondazione “Corriere della Sera”, il volume del Cardinale, “Postcristianesimo? Il malessere e le speranze dell’Occidente”. «Nella consapevolezza della possibilità del martirio, lavorare per il dialogo»

di Annamaria Braccini

Fondazione Corriere della Sera

«Un libro denso che ha un pregio essenziale, la trasparenza, ma chiede di lavorare sui temi».
Questo è il giudizio condiviso sull’ultimo saggio a firma del cardinale Scola che, con l’impegnativo titolo “Postcristianesimo? Il malessere e le speranze dell’Occidente” (Marsilio Editore), affronta in quasi 150 pagine i temi più “caldi” dell’oggi: la scristianizzazione, il martirio, la speranza possibile (e affidabile), la guerra e la pace.
A dialogare, presso la Fondazione “Corriere della Sera” , accanto all’Autore, ci sono nomi importanti del mondo culturale e giornalistico, moderati dalla “corrierista” Elisabetta Soglio.
Dalle difficoltà storiche e dai contrasti tra Chiesa e Stato, evocati dal filosofo Salvatore Natoli, alla ricerca di senso, sottolineata da Gianni Riotta, ciò che emerge è la necessità di un ripensamento dell’uomo su se stesso e a livello comunitario.

Il dibattito

«Mi sono chiesto perché, in studi recenti di esperti come Emmott e Luce che parlano di crisi del liberalismo e dell’Occidente, non vi sia nessun riferimento alla crisi religiosa. Il saggio del cardinale Scola colma questa lacuna, partendo da una domanda religiosa – dal Vangelo di Luca 18, “Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, ci sarà fede?” – e dando la risposta che questa è la vera posta in gioco», specifica Riotta.
La domanda, insomma, è se prevarrà il martire, cioè chi dona la sua vita perché la vita continui, o il kamikaze che porta la morte. «L’esito non è scontato. C’è nel saggio un severo monito sul nichilismo che nasce dal narcisismo. Se non credi in nulla non c’è differenza tra ammazzare o no», esemplifica il noto giornalista.
«In Occidente abbiamo una secolarizzazione diffusa, una bulimia religiosa di ispirazione islamica, una iper-religiosità, come in Nordamerica, con i predicatori superstar. Tutto questo nasconde una difficoltà di rapportarsi con il mondo del sacro».
Parole cui fa eco il saggista Angelo Panebianco. «Nella ricerca di culti e sette mi pare evidente che che tante persone siano disponibili a culti di vario genere perché essi rispondono a una domanda di fede, con motivazioni spesso pseudo-cristiane. Mi chiedo perché la Chiesa non sia più netta nel dire che vi è il Cristianesimo, da un lato, e vi sono, dall’altro, sette che propongono ricette fragili». Come a dire, «occorre un tentativo di contrapporsi con forza alla debolezza culturale di queste formazioni indicando che vi sono alternative migliori».
«Questa è una domanda importante anche per l’Italia e l’Europa. Anzitutto si tratta di guardare chiaramente dentro tali fenomeni. Se c’è una caratteristica e che sta emergendo nelle Chiese è la consapevolezza che il martirio faccia parte dell’essenza del Cristianesimo. Un martirio non necessariamente di sangue, ma della pazienza, da vivere nel quotidiano e nella testimonianza».
«Il Cristianesimo, superata l’attitudine della egemonia favorita da una certa commistione con il “politico”, ha preso al strada della testimonianza. Questo fenomeno con papa Francesco sta diventando imponente. Ascoltando i Vescovi latinoamericani, come pure statunitensi, si vede bene la comprensione che se non ci giochiamo in prima persona, per dare la vita in Cristo per tutti i fratelli, la speranza tende a spegnersi. La sfida e tra l’uomo bomba e il martire», osserva il Cardinale.
Il che, avverte ancora, «non vuol dire rinunciare alla dialettica o alla polemica guardando, però, all’interlocutore, accogliendolo in anticipo e perdonandolo laddove necessario. Questo toglie il valore del male assoluto».
«In questo senso, anche in Italia, dobbiamo superare la logica della battaglia che non significa non condannare ciò che va condannato, ma inserire la giusta dialettica democratica nella logica testimoniale di condivisone che è l’unica che offra speranza all’uomo».

Islam e Europa

Chiaro il riferimento all’Islam.
«Che questo sia uno dei temi “forti” è fuori discussione, sia perché l’Islam è connesso ai teatri di guerra, sia perché larga parte dei migranti, se non è musulmano, è influenzato da quelle culture. L’Islam a casa nostra, non è una storia nuova, ma nella globalizzazione sono cambiate le misure. Prima vi era la distanza, ora se c’è una cosa velocissima che si globalizza subito è la guerra», spiega Natoli. «Le armi attraversano tutte le frontiere con una facilità che fa rabbrividire».
«Il dialogo inteso in senso rigoroso, non può avvenire in astratto, ma nella quotidianità. Si tratta di intravvedere se vi siano vie diverse e questo lo si può fare solo attraverso la prossimità. Non a caso, il filosofo Martin Buber diceva che gli uomini non sono vicini o lontani in base all’ideale, ma per la prassi vitale. È questo l’unico modo per capirsi. Il dialogo è difficile, perché bisogna condividere un terreno comune a cui si arriva per gradi. Per questo prendiamo sul serio la parola testimonianza. Il dialogante lo è davvero se si pone nell’atteggiamento mentale che, alla fine, è possibile cambiare idea. Spesso si fa “meta-linguaggio” sul dialogo, ma non si dialoga davvero».
«In questa fase storica, mi pare che siano complicate le relazioni con parte dell’Islam, perché i fondamentalismi sono molto forti. Credo che i tentativi siano sempre necessari, ma la storia pesa e la vicenda Europa-Mondo islamico è di contrasto. Gli europei spesso sono ignari di quanto la storia pesi sulle loro azioni, ma come si dice, “Ignorare la storia pregressa condanna a riviverla”», aggiunge Panebianco.
Chiaro che il problema sia anche quello, peraltro affrontato nel volume, della verità. «Non si tratta di relativizzare la verità, ma di legare quest’ultima alla libertà, come testimoniano i monaci di Thibirine o le suore di Madre Teresa di Calcutta trucidate in Yemen», scandisce l’Arcivescovo.

La speranza affidabile

Alla fine, l’ultima parola è sulla speranza possibile.
Natoli: «La speranza è quella che offre il Cristianesimo, perché c’è una possibilità di bene: produrre la realizzazione degli uomini secondo i loro valori anche come fatto collettivo».
Panebianco: «La speranza riguarda più specificamente l’Europa e, qui, il ruolo della religione si impone in modo particolare. Il Cristianesimo è uno di segni più potenti che esiste un “minimo comun denominatore” in un Continente che, pure, è cresciuto nella diversità. Se questo si perde, avremo davvero problemi».
Riotta: «La speranza che c’è nel libro non è gratis: bisogna faticare per trovarla, se crediamo che sia all’inizio del nostro percorso non la troveremo mai».
Scola: «La speranza è determinante e la qualificherei con l’aggettivo bellissimo usato da Benedetto XVI, “affidabile”. Affidabile per il Figlio di Dio si è fatto uno come noi, è morto, innocente, per noi sul palo ignominioso della Croce. Affidabile perché anche, per chi dice di non credere, rimane fondamentale la questione del senso, del “per chi” riprendiamo ogni mattina a vivere. Il “per chi” è il fondamento della speranza. Infatti, i segni della speranza, anche in una situazione tragica come quella che stiamo vivendo, sono moltissimi, basti pensare al volontariato. Alla fine del mio volume tolgo il punto interrogativo – anche se il libro non è apologetico – , proprio perché se ci sono i martiri di Thibirine o chi accomapga un malato, se c’è uno sguardo di bene, c’è speranza».

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