In Cattedrale l’Arcivescovo ha guidato la prima tappa della Via Crucis, intitolata “L’innocente condannato” e centrata sulle prime tre stazioni: «Il compito che ci è affidato è un’esistenza da vivere immedesimandosi nelle sue piaghe»

di Annamaria BRACCINI

Ecce Homo_Duomo

«Non uno spettacolo che rimane esteriore alle nostre vite», ma uno «straordinario e pio esercizio di fede», da compiere «per rompere l’ultimo diaframma che ci separa da una partecipazione reale a questo evento eucaristicamente ed ecclesialmente vivo nell’oggi della storia, indipendentemente da come l’umanità lo tratta».

Nelle parole del cardinale Scola, la prima Via Crucis in Duomo del Cammino catechetico proposto a tutti per la Quaresima 2016 si fa ammonimento e richiamo perché il tempo privilegiato che conduce alla Pasqua possa divenire tempo di conversione del cuore e di rinascita nel perdono di Dio. Quel perdono che – come disse papa Francesco nel 2014 – «sono le piaghe stesse del suo Figlio innalzato sulla Croce». Preghiera che l’Arcivescovo cita indicando la necessità di «andare nelle sue piaghe, perché lì possiamo chiamare per nome il peccato, non sfuggirlo e non ridurlo a un usurato elenco imparato da bambini. Lo possiamo chiamare per nome perché sappiamo dove si trova: non più caricato sulle nostre spalle, come la soma insopportabile di una maledizione, ma sulle Sue».

Ecco – nota ancora il Cardinale – perché la Via Crucis di quest’anno si intitola «Ora si è manifestato il perdono di Dio» (dall’espressione di Paolo nella Lettera ai Romani): perché, in questo Anno straordinario della Misericordia, diventiamo consapevoli dell’amore dell’«Innocente condannato», titolo della prima tappa celebrata in tre Stazioni. Rito a cui sono stati invitati, in modo specifico, i fedeli delle zone pastorali IV (Rho) e VI (Melegnano) con i rispettivi vicari episcopali, monsignor Elli e Citterio, il Movimento dei Focolari, il Rinnovamento nello Spirito Santo, le Acli e Alleanza Cattolica, con i loro Assistenti ecclesiastici.

Si prega, si riflette in silenzio, si ascoltano brani del Vangelo di Marco e del Libro delle Lamentazioni, gli attori Luisa Oneto e Jonathan Ziello leggono le testimonianze del gesuita François Varillion, di Romano Guardini e della poetessa Elena Bono. La grande Croce di Ariberto, simbolo di ambrosianità millenaria, e il prezioso, cinquecentesco antello 24 della Vetrata 2 del Duomo – posti per l’occasione sull’Altare maggiore – sono le icone artistiche di questo «Ecce homo» che ha il volto triste, ma libero, del Cristo di misericordia.

«Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo hominis lupus di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie, prende su di sé e, pagando di persona, salva – scandisce Scola richiamando ancora il Papa -. L’umiliazione del crocifisso non è potere, non soggioga nessuno, ma è dono per la salvezza di tutti, perché i travagli e le tragedie di questa fase dura del nostro tempo possano trovare nel sangue versato, in quel costato aperto, in quell’acqua simbolo del battesimo, una via di soluzione».

Al contrario, quando l’egoismo regna, per evitare di nuocere a se stessi, ci si adopera a nuocere agli altri, perché, come notò Varillion, «Quel che è accaduto a Gesù accade nel corso della storia a coloro che portano in sé un riflesso dell’innocenza eterna: li si sopprime», aggiunge Scola, «con la menzogna, con il desiderio di affermare noi stessi, di combattere la strada dell’umiltà».

Basti pensare «all’imponente testimonianza di non-violenza, ma meglio ancora di innocenza, che i martiri cristiani ci hanno consegnato lungo la storia e, in proporzioni ancora più impressionanti, nel secolo scorso fino a oggi. Essi sono la documentazione più luminosa di che cosa significhi avere lo stesso pensiero e gli stessi sentimenti di Cristo». Essere, quindi, liberi come il Signore che sale, consapevole, sulla croce di ignominia e di gloria: «Quanto ci domina la paura, soprattutto in questa stagione, verso gli altri! Gesù vince la paura nell’ora estrema perché è libero, perché nella croce vede il compito affidatogli dal Padre. Il compito affidato a noi è, invece, un’esistenza da vivere, immedesimandosi nelle sue piaghe, nelle ferite dove Cristo ha “traslocato” il nostro peccato. Libertà e verità sono unite in un rapporto indissolubile». E questo anche se ai nostri occhi, per la nostra “giustizia”, tale misura, a cui dà voce la poetica della Bono, sembra folle: «Sei matto… Perché? Che scopo c’era?… Chi è il tuo capo? Deve essere uno che tu gli credi fino all’ultima parola, dal modo come sopporti tutto e non t’esce un sospiro».

Da qui l’invocazione che si fa preghiera finale: «Ti chiediamo Gesù, in questo primo passo della via Crucis, di aumentare la nostra fede. Insegnaci a prendere su di noi il legno della sofferenza che ci tocca, a vedere e a condividere quella che tocca ai nostri fratelli. Rivestici dei tuoi sentimenti di tenerezza, di bontà, di mansuetudine e di pazienza, la pazienza – la nostra vita di cristiani deve avere almeno la dignità del martirio della pazienza se non di quello del sangue -, così che, caduti, ci lasciamo ogni volta rialzare e possiamo ripartire, umili perché sempre più consapevoli di non poter contare sulle nostre forze, ma lieti, perché certi della letizia che nasce dal perdono».

Infine, un ultimo richiamo «a vivere bene l’Anno giubilare come occasione di domanda perché la tenerezza dell’amore di Dio colmi il nostro cuore e riaccenda la speranza» a livello personale e di articolazioni ecclesiali, nelle parrocchie, nelle Comunità pastorali, nei Decanati, «anche attraverso la Visita pastorale». Senza dimenticare le opere di fraternità e di condivisione del bisogno, come quelle proposte da Caritas Ambrosiana e dall’Ufficio missionario, per le quali, all’uscita dal Duomo, si raccolgono offerte.

Chiesa Tv trasmetterà la Via Crucis in replica alle 18 mercoledì 24 e venerdì 26 febbraio.

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