Il Cardinale ha aperto la Visita pastorale al Decanato di Lissone, dialogando con moltissimi fedeli riuniti nella chiesa di Cristo Re e raccomandando loro di non temere di lasciare tradizioni che ormai non reggono più e di aprirsi alle sfide di oggi

di Annamaria BRACCINI

Lissone8

È Sovico ad accogliere, nella bella parrocchia di Cristo Re, il cardinale Scola che, come 45a realtà in cui fa tappa la Visita pastorale, arriva nel Decanato di Lissone. «L’abbiamo attesa e abbiamo pregato tanto perchè questa serata possa essere di crescita e di vera comunione. Il nostro Decanato che conta 80 mila abitanti, due Comunità pastorali, due parrocchie, 24 sacerdoti e diverse comunità religiose, tra cui quella dei Memores Domini, permette un clima di conoscenza e di collaborazione – dice il decano don Tiziano Vimercati, accanto all’Arcivescovo con il vicario episcopale di Zona V, monsignor Patrizio Garascia -. Anche qui in Brianza non si può vivere, ormai, di rendita, ma negli ambiti in cui abbiamo potuto superare i confini parrocchiali abbiamo sperimentato la bellezza di nuovi orizzonti, di un’azione più incisiva. Occorre, tuttavia, fare un passo in avanti». 

Conversione e maturazione

«Tra pochi giorni festeggeremo la festa liturgica di San Carlo, che ha visitato più volte tutta la Diocesi, giungendo anche nelle Tre Valli del Ticino. Così, lentamente, la Visita pastorale ha assunto un peso importantissimo nella vita del Vescovo e del popolo di Dio», richiama il Cardinale che spiega come per lui – «già avevo fatto un’esperienza di questo tipo a Grosseto e a Venezia» – questo strumento privilegiato «sia fattore di conversione e di maturazione». Poi, lo stile con cui vivere quella che è una vera e propria assemblea ecclesiale per i tantissimi fedeli riuniti, tra cui una sessantina di ragazzi del Decanato che, con le loro testimonianze della Gmg, hanno animato i momenti precedenti all’arrivo dell’Arcivescovo. «Questa nostra assemblea ecclesiale cambia il cuore e ci chiede di uscire dal tempio di pietra per entrare, come pietre vive, nel quotidiano, rinvigoriti dal senso di confessione, dall’ascolto della Parola di Dio e dallo stile eucaristico. È un’assemblea che ci spalanca all’uscita verso tutti i nostri fratelli uomini. Iniziare con la venuta del Vescovo vuole raccogliere il bisogno speciale di colmare quel fossato tra fede e vita che si è andato sempre più aggravandosi, da quando, negli anni Trenta del secolo scorso già ne parlava il giovane Montini. La ragione è aver dimenticato Cristo. Oggi vedo un senso della fede molto spontaneo – nota Scola –, tra la gente c’è convinzione, la frequenza non è più una convinzione, ma quando rientriamo in famiglia e siamo sul lavoro, è come se il senso dell’Eucaristia non avesse incidenza. Lo scopo della Visita vuole essere un tentativo di fare questo passo: vivere, scegliere, giudicare con il cuore di Cristo, secondo il suo modo di affrontare il bisogno».

Il dolore innocente

Iniziano le domande. Stefano di Sovico, come espressione del lavoro intenso di preparazione effettuato nel Decanato, parla di sofferenza e disabilità: «Quale conforto può essere dato?». Altra domanda è sulla famiglia: «Come accompagnare anche quelle in crisi e in difficoltà?». «Oggi si ricorda il beato don Gnocchi e uno degli apporti più decisivi che la sua grande santità ci ha lasciato è il modo di affrontare il tema del dolore innocente, come si intitola un suo scritto. Egli racconta di aver parlato con i Mutilatini del Signore in croce, per spiegare il senso della loro sofferenza. Così anche noi non dobbiamo fare grandi discorsi o teorie. La strada è quella del “conforto”, rafforzando con il “noi” la situazione di queste persone e dei loro familiari, come i genitori per i quali il futuro dei figli disabili è motivo di profonda lacerazione. Questa è la testimonianza cristiana: non solo il buon esempio, ma cavare un giudizio dall’esperienza e comunicare cosa vuol dire amare. La comunità, ognuno secondo le sue possibilità, deve prendersi cura dell’altro. Un care che è molto più largo della cura medica e che diventa uno degli elementi più decisivi per l’“uscita». 

E riguardo la famiglia: «Non bastano i Consultori e i Gruppi familiari perché la famiglia diventi soggetto di evangelizzazione e protagonista, come ci hanno detto i due recenti Sinodi. Invitarsi tra famiglie con semplicità, magari per un’ora in cui ci si esprima e racconti, permette di crescere nella fede. Purtroppo l’idea della famiglia come Chiesa domestica, che fu già dei Padri, è ancora di là da venire, ma questa è una via molto preziosa per affrontare anche la questione dei laici e del loro compito. I laici non sono clienti e devono diventare, a titolo pieno, soggetto della Chiesa. Anche qui il cammino è però ancora molto lungo».

I laici e le Comunità pastorali

Simonetta di Lissone rilancia il tema del laicato. Anna di Macherio si interroga sulla Comunità pastorale: «Quali prospettive in concreto per il futuro?», osserva. «Il cristiano è un “io” immerso nel “noi”. Nessuno come voi laici è già così tanto in “uscita”, intrecciando ogni giorno relazioni e comunicando, così, ciò che è. Dobbiamo smettere con la “mistica dei lontani”, perché nessuno è lontano delle esperienze base della vita umana. L’io e il rapporto con il noi è il problema del laico maturo: ecco la sua decisività come soggetto di vita ecclesiale». Il discorso dell’Arcivescovo si fa stringente e rivolto in prima persona ai fedeli che ha davanti: «Prendete iniziative a partire dalla realtà che vivete. Noi siamo figli nel Figlio del Padre, fratelli in Cristo con la nuova parentela da Lui inaugurata, e dobbiamo viverla. Una parentela che non annulla quella del sangue, ma la dilata: questo sono i cristiani nel mondo. L’io ecclesiale, battesimale, nel noi della Chiesa, non è qualcosa di astratto, ma è l’essenza della nostra fede».

«La Comunità pastorale è stata ed è un’idea geniale. Non nasce dalla riduzione del numero dei preti – ringrazio i preti anziani, che sono fondamentali -, ma dalla missione – scandisce Scola -. Pensiamo alla cultura che, oggi, in una società plurale, così come il mondo giovanile, chiede un’apertura più ampia, una cura più larga rispetto al “campanile”. Non usate mai quella frase orribile: “Qui si è sempre fatto così”».

Risposte valide anche per gli ultimi interrogativi che vengono da Giusy di Lissone sul fascino della fede («Come vive lei la fede in questa sfida continua?») e da Stefano di Vedano al Lambro («Come esser comunità capace di aiutarsi nel discernimento?»). «Con il “noi” – risponde Scola -. I cristiani non sono un partito, comunicano il dono della fede ricevuto con semplicità. Vivete l’incontro con Cristo, attraverso il quale, a livello personale, ognuno riattualizza il proprio battesimo, e permanete nella comunità e nella Chiesa».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi