Con la Visita pastorale a quelli di Merate e Brivio il Cardinale ha toccato tutti i Decanati della Zona pastorale III: «Pregate con semplicità e insegnatelo ai bambini. Sapremo così che Dio è con noi»

di Annamaria BRACCINI

Visita pastorale Merate Brivio

L’inizio della Visita pastorale è un’assemblea attraverso la presenza dell’Arcivescovo e il suo dialogo con i fedeli, che prolunga la Messa, riproponendone i tre momenti costitutivi: l’atteggiamento di confessione che permette un ascolto convincente e di fecondazione reciproca; l’ascolto della Parola di Dio; il porsi davanti all’Eucaristia. Nel grande salone-teatro dell’Istituto Comprensivo “Beata Vergine Maria” Collegio Villoresi a Merate, l’Arcivescovo spiega così la ragione e lo stile del riunirsi per la Visita nei Decanati Merate e Brivio, l’ultima nella Zona pastorale III (Lecco). Presenti i decani, don Costantino Prina per Merate e don Carlo Motta per Brivio, il sindaco della città ospitante e le autorità civili e militari, si avvia la riflessione con alcune parole introduttive del Vicario di Zona, monsignor Maurizio Rolla, che ricorda come la Visita pastorale in questo territorio sia iniziata il 10 dicembre 2015.

«In questa fase storica siamo ancora vittime di quella frattura tra fede e vita già indicata dal giovane Montini – osserva subito Scola -. Basti pensare a quanti, specie nella generazione di mezzo, hanno perso la strada di casa. Anche se è aumentata la convinzione nella partecipazione alla Messa, manca ancora la mentalità con cui Cristo pensava le cose. Per questo rischiamo di valutare i problemi che sorgono in famiglia, in parrocchia e quelli più ampi, solo con la mentalità corrente. È come se la fede non colorasse più il nostro pensiero. La Visita – un dovere che è insieme convocazione, guida, incoraggiamento e consolazione del Vescovo per il suo popolo – ha, quindi, lo scopo di renderci consapevoli di questo fossato e di educarci al pensiero di Cristo».

Laici e comunicazione

Poi, subito, le domande. Alessandro, del Decanato di Brivio: «Come far comprendere il Mistero eucaristico? Vista la mancanza di preti, sta pensando a figure laicali che possano assumersi nuovi ruoli nella celebrazione liturgica?».

«Il Concilio dice che la partecipazione all’Eucaristia deve essere actuosa», spiega il Cardinale che aggiunge: «La radice della conversione al valore bello dell’Eucaristia è partire dal cuore e trasformare in azione vivente l’amore per Cristo, perché le due cose non solo l’una diversa dall’altra. Abbiamo bisogno di vivere in pienezza l’attuazione del gesto eucaristico e questo richiede un’arte del celebrare. Non dimentichiamo che già molti sforzi sono stati fatti dalla Conferenza episcopale italiana per aggiornare il linguaggio dei Testi (un lavoro di anni su oltre 100 mila parole), ma conta soprattutto la qualità del nostro ascolto. Si possono fare tanti restyling, magari diminuire il numero delle Messe, ma ciò non servirà senza il dato risolutivo: ascoltare il Signore che mi parla, capire perché esco di casa per partecipare in pienezza, verità e umiltà all’accoglienza di Gesù sacramentato». Inoltre, «la carenza di preti non è il problema numero 1 della nostra vita diocesana, anche perché ora siamo ancora in una fase di passaggio e i preti anziani sono molto attivi, dando una mano splendida, soprattutto nel confessionale, nella visita agli ammalati, e nella loro consegna a Dio nella sofferenza. Tuttavia, non vedo male l’ipotesi che i laici, dopo essere stati preparati adeguatamente, o una famiglia possano tenere aperta la chiesa».

Grazia, di Brivio: «Come districarsi nella foresta di comunicazioni spesso devianti o inventate? Cosa ci suggerisce per avvicinarci al Magistero e alla Scrittura?». «Certamente una delle difficoltà di oggi è trovarsi nell’epoca di un “babelismo” dai mille linguaggi e spesso i media sono generatori di questa confusione. Bisogna essere critici, andare il più possibile alla fonte diretta dell’informazione, come, per quanto riguarda la nostra Diocesi, il Portale della Chiesa di Milano e le pagine di Avvenire, ma questo implica un lavorare su ciò che il Papa e i Vescovi propongono, senza limitarsi a leggere il giornale».

Preghiera e cristianesimo di popolo

Luigi, ancora del Decanato di Brivio: «In prospettiva, considera la cristianità della nostra gente come una sorta di religiosità popolare? Ritiene che saremo destinati a essere un piccolo gruppo dentro una massa che vive diversamente?». «Anzitutto ripetere i gesti come la partecipazione alla Messa è importante e ci fa crescere perché, ogni volta, cambiano le circostanze e anche noi mutiamo. Iniziamo ogni giornata con il segno di Croce e terminiamola con un’Ave Maria. Siamo figli di un Dio che si è incarnato e Gesù ci vuole accompagnare nel quotidiano. La Trinità mi vuole bene qui e ora. Una fede che non arriva a questo, che si riduce alla partecipazione passiva, è un tradimento della sequela di Gesù e genera noia perché punta solo sui muscoli della propria volontà che, prima o poi, cedono. La parola comunione non indica solo l’Eucaristia, ma la nuova parentela che Gesù ha creato. È qui che emerge la testimonianza che è amore».

«Occorre abitare la realtà secondo ciò che abbiamo in comune tutti, questo è il terreno su cui comunicare il nostro stile di vita cristiano – prosegue -. Oggi siamo sul bagnasciuga di un cristianesimo di popolo, che da noi ancora tiene, ma se non maturiamo in una fede convinta saremo destinati a perdere tale dimensione popolare. Possiamo essere diventati una minoranza sociologica, ma non esistenziale. La strada è una sola: quella della testimonianza e per questo non servono strategie».

Infine, un ultimo interrogativo dal pubblico: «Cosa è per lei la preghiera e come farla diventare energia attiva?». «Ho sempre pensato che la forma più potente ed elevata di preghiera sia la domanda. Per persone che, come noi, sono immerse nel mondo, la domanda esprime bene l’invocazione di una Presenza. Ma la premessa deve essere la coscienza di questa Presenza. Insegnate anche ai bambini preghiere semplici e preghiamo il Rosario. La preghiera di domanda che passa attraverso le forme che abbiamo imparato, o le giaculatorie ci permettono di prendere coscienza che Dio è con noi. Preghiamo anche per gli altri e si dilaterà la rete affettiva».

E, appunto, con un’Ave Maria si conclude l’assemblea.

 

 

 

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