L'Arcivescovo ha presieduto la celebrazione eucaristica per il Decanato “Forlanini”. In “San Nicolao della Flue”, di fronte a centinaia di fedeli di tutte le sei Comunità facenti parte dell’’Unità Pastorale Forlanini Scola ha riflettuto sulla pace e sul compito dei cristiani

di Annamaria BRACCINI

San Nicolao della Flue

Nella mattina illuminata da un sole tiepido e inatteso, tra graziose case immerse nel verde e, all’orizzonte, i palazzoni della periferia e i viali trafficati da gente di molte diverse etnie, è l’immagine di una Milano dalle tante facce, quella che si offre nella visita del Cardinale.
L’Arcivescovo, tra i fedeli del decanato Forlanini, celebra l’Eucaristia nella chiesa ancora oggi modernissima di San Nicolao della Flue, nata, su volere del cardinale Montini nel piano “Ventidue chiese per ventidue Concili”, per rispondere alle necessità di un quartiere in tumultuosa crescita e consacrata quarantacinque anni fa.
Sotto l’ardita architettura di Ignazio Gardella che richiama l’Arca, con le possenti campate di cemento a vista abbellite dalle coloratissime e artistiche vetrate di Grioni, la gente delle sei Comunità che compongono l’Unità pastorale Forlanini circonda di affetto l’Arcivescovo. Un sentimento cui dà voce, aprendo la Celebrazione, il parroco e decano don Marco Bove. «Esprimiamo la nostra gioia per la sua presenza che testimonia la premura del Pastore e la vicinanza alla nostra gente. Questa celebrazione è un segno visibile della comunione che ci lega al Vescovo, un momento carico di significato della Comunione che rinasce sempre alla mensa del Signore».
E «un grazie personale dal cuore», lo dice anche il Cardinale all’inizio della sua riflessione proposta alle centinaia di persone in San Nicolao e nel sottostante e collegato Cinema Teatro “Delfino”.
Il pensiero è, anzitutto, per l’invocazione della pace risuonato all’inizio dell’Assemblea, cui sembra porsi come doloroso contraltare la realtà di questi ultimi giorni con «i recenti terribili avvenimenti ai quali abbiamo assistito e stiamo assistendo – oltre la barbarie di Parigi anche quella nei tanti luoghi in cui la pace è minacciata come in Nigeria e in Siria – ma anche con le contraddizioni pesanti che viviamo nella nostra realtà europea quali uomini postmoderni».
Fatti ed eventi che ci vedono spettatori increduli e «almeno in Europa, affaticati e stanchi forse perché abbiamo portato per molti secoli il peso di comprendere i cambiamenti che si sono succeduti», nota il Cardinale che aggiunge, rivolto personalmente ai presenti: «La parola ’pace’ sta di fronte a contraddizioni che anche la vostra Comunità deve patire, legate al mondo della povertà, dell’emigrazione – ovvio pensare nella 101esima Giornata del Migrante e del Rifugiato che ricorre proprio in questo 18 gennaio, all’accoglienza della vicina “Grangia di Monluè” – o al tema del bisogno», peraltro evidente nella zona delle cosiddette “Case bianche” di via Salomone, nel territorio della parrocchia San Galdino, visitate in Avvento dal Cardinale.
«Dire pace in questo contesto è realistico o è un’utopia, una modalità con cui cerchiamo di autoconvincerci a non lasciarci dominare dalla paura, perché alcuni terribili segnali sembrano – anche se speriamo che non sia così – preludere al martirio di sangue anche per noi?», si chiede l’Arcivescovo in un silenzio profondo.
«Questa domanda che abbiamo tutti nel cuore trova risposta proprio nel gesto che siamo compiendo. Cosa è la Chiesa, se non il convenire insieme perché convocati da Gesù a entrare nel profondo dell’opera di salvezza che Egli ha compiuto con la sua incarnazione, con la sua opera di annuncio del Regno attraverso l’insegnamento, la Passione, la morte, la Risurrezione, le apparizioni e la gloriosa ascesa al cielo al suo vero trono. Per questo l’Eucaristia è il gesto più elevato che l’uomo possa compiere nella sua vita, perché è il lasciarsi coinvolgere con l’evento della salvezza che scioglie l’enigma dell’uomo».
Fa riferimento, il Cardinale, all’Epistola – la lettera ai Colossesi – in cui, spiega, c’è una frase decisiva, “In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità”, ossia Dio stesso». Espressione fondamentale perché indica «il fattore distintivo della nostra fede attraversata dall’incarnazione. Noi siamo figli di un Dio che si è coinvolto nella storia, che ci accompagna come via, verità e vita per tutto il cammino dell’esistenza, fino al passaggio della morte. Ma Cristo è realmente il centro del cosmo e della storia se diventa il centro della nostra vita personale». Un’esistenza che deve essere orientata da dallo stile di vita che l’Arcivescovo definisce, con la prima Lettura dal profeta Isaia 25 e l’episodio evangelico delle nozze di Cana, «nuziale e conviviale».
Stile che propone «l’amore di ciascuno per l’altro, da quello fondante tra un uomo e una donna per aprirsi, poi, alla relazione con tutti» che «qui, in comunità nevralgiche per il futuro della metropoli come il “Forlanini”, voi testimoniate con vivacità e attenzione». E così l’Arcivescovo cita la frase di uno dei sacerdoti dell’Unita pastorale – “Lavoriamo perché i legami di fraternità siano prioritari perfino su quelli di affinità” –: «parole che ben sintetizzano l’atteggiamento normale con cui il cristiano deve vivere, pur con i limiti umani, una relazione fraterna che farà sentire i suoi frutti non solo nella nostra vita personale, ma anche nella società civile».
Da qui l’invito lasciato a ognuno dal Cardinale: «Domandare ogni giorno, con umiltà, nella trama di circostanze e rapporti che il Signore ci offre quotidianamente, l’atteggiamento di Maria esemplificato dalle parole “fate qualunque cosa Egli vi domanderà”, per costruire vita buona nella nostra metropoli milanese in questo momento delicato di passaggio». Avendo, come credenti – questa domenica segna anche l’inizio della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani – la consapevolezza «che nulla può evitarci il confronto e che, quindi, dobbiamo capirci e conoscerci. Radicati in Cristo saldi nella fede, pieni di grazia, la nostra pace sarà allora una prospettiva realistica perché c’è qualcuno che ci precede nel cammino della storia e ci indica la meta».
Quella metà, in sesto terreno, che è traguardo di concordia umana contro ogni fanatismo, guerra, strage di bambini e di innocenti. In una parola, la pace, per cui in conclusione, come in ogni parrocchia della Diocesi si prega coralmente ricordando gli eventi recenti e le tante situazioni di dolore magari dimenticate.
E, alla fine, prima del saluto che arriva fino al sagrato intitolato a don Piero Carnelli, primo parroco di San Nicolao e “anima” della sua costruzione, e del pranzo con i sacerdoti del Decanato, il richiamo è per la famiglia come «chiesa domestica, soggetto di evangelizzazione», chiamata «non a moltiplicare le iniziative, ma a vivere il quotidiano nella testimonianza comunicata con semplicità e riferendo tutti gli aspetti della vita al Signore, dal segno o della croce la mattina, alla preghiera fino alla condivisione con i più fragili e poveri».
E per i giovani, l’invito è a riflettere sul senso vero dell’amore, «anche se si ha nel cuore l’inclinazione a darsi per intero a Dio, nella consacrazione». Una scelta che deve essere rispettata e compresa, forse più che altro, oggi, dai genitori e dagli adulti.

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