Visita pastorale nei Decanati Forlanini e Romana Vittoria. Laici a confronto con l’Arcivescovo in un dialogo a 360°, che ha spaziato dal lavoro all’immigrazione, dalla famiglia a come vivere la fede oggi

di Annamaria BRACCINI

visita pastorale Forlanini e Romana Vittoria

«Se Gesù Cristo non ci premesse non saremmo qui». Il cardinale Scola saluta così i fedeli laici, i religiosi e i sacerdoti dei due Decanati milanesi Forlanini e Romana Vittoria, riuniti per la Visita pastorale feriale nella grande chiesa della Beata Vergine Immacolata e Sant’Antonio. Zone di periferia e Decanati molto abitati, che comprendono l’uno sei parrocchie e l’altro otto, per centodiecimila abitanti (Romana-Vittoria è il più popoloso della città). Accanto all’Arcivescovo i due decani don Augusto Bonora e don Maurizio Pezzoni.

Dopo le parole iniziali del Vicario episcopale di Zona I monsignor Carlo Faccendini, che definisce il significato comunionale di «essere Chiesa che ci vede insieme», Scola riflette subito: «Se penso a viale Corsica (su cui si affaccia la chiesa che ospita l’incontro, ndr) che percorro spesso e a settori di grande emarginazione, mi convinco sempre più che il futuro di Milano passa da queste realtà dove, in un piccolo mondo, si concentrano i mutamenti del grande mondo». «Questa che stiamo vivendo non è una riunione, ma un’assemblea eucaristica dove Gesù ci convoca a partire dall’offerta e dal dono totale di Sé – spiega -. Mi ha colpito la grande ricchezza di vita e lo stile di costruzione che c’è tra voi. Semmai il problema, pur con una partecipazione più consapevole che nel passato all’Eucaristia domenicale, è superare il fossato tra fede e vita».

Si sviluppa poi un dialogo diretto in un serrato giro di domande e risposte. Maria, della parrocchia San Galdino, chiede: «Noi che viviamo in una periferia spesso difficile, come possiamo guardare al mondo?». Roberto e Maria Rosa, della parrocchia Angeli Custodi, referenti della Commissione decanale per la famiglia, non possono che chiedere della famiglia come soggetto di pastorale. Sergio, della parrocchia San Silvestro e Martino, delegato al Convegno ecclesiale di Firenze, si interroga sulla possibilità di declinare ciò che ne è emerso in relazione alla Lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo. Giovanna, membro del Consiglio pastorale decanale di Romana Vittoria, dice: «Come educarci a una maggiore collaborazione tra parrocchie?».

«La questione delle periferie fa eco a una chiamata frontale del nostro essere cristiani, ci pro-voca – risponde Scola -. L’invito ad andare incontro all’uomo nella sua interezza e a tutti gli uomini, qualunque sia la loro posizione davanti a Cristo, implica guardare la realtà con gli occhi delle persone, anche di chi vive la fatica e l’estrema povertà. Queste sono le periferie, talvolta socialmente evidenti, altre volte esistenziali, con esperienze di esclusione che segnano la vita in maniera irrimediabile», scandisce l’Arcivescovo, per il quale «il vantaggio di guardare alle periferie non in modo sociologico è lo stare attaccati alla realtà», mentre «la tragedia dell’età contemporanea è non coglierla nella sua interezza. Al contrario, quanti sono nella prova materiale e fisica, come pure spirituale, semplificano il nostro sguardo». Da qui, l’auspicio: «Impariamo da loro ad amare nel senso pieno della parola, con un atteggiamento di gratuità. Il Papa chiede di guardarci tra noi con questi occhi “semplificati” e di guardare il mondo attraverso la trama di rapporti di fraternità, partecipando a gioie e dolori gli uni degli altri».

In tale contesto, per Scola, la famiglia è il punto chiave. Se per le situazioni difficili o problematiche, l’invito è ad aspettare la pubblicazione del documento conclusivo del Papa sul Sinodo, attesa per metà marzo, il riferimento immediato è alla Lettera pastorale, nella quale il Cardinale stesso descrive diciotto modi per vivere la famiglia come soggetto all’interno della vita pastorale, dal punto di vista del coinvolgimento nella comunità cristiana e nella partecipazione alla vita civile: «Rileggeteli e lavorate perché su questo non prevalga l’idea dominante, il pensiero della televisione o dei giornali che contano. A tutti chiedo di formulare un invito, di trovare un’occasione per trovarsi tra famiglie, partendo dai problemi concreti e valutandoli secondo la mentalità cristiana. Se tutti i cristiani facessero così, pensate quanto la fede, sarebbe più avvicinata alla vita!».

Poi, la risposta sulla concretizzazione dei “cinque verbi” missionari emersi da Firenze in continuità con il precedente Convegno di Verona, che aveva cercato di sostituire la conversione dell’io alla pur necessaria triade statica “Liturgia, Catechesi, Carità”: «A Firenze si è tentato di spiegare come affrontare la vita, aiutando a portare fuori la bellezza della fede nel quotidiano. È questo che, in ogni circostanza, produrrà quella semplificazione nelle nostre comunità di cui abbiamo tanto bisogno. Il punto è approfondire l’incontro che ha reso la nostra vita piena di significato, perseverando nel rapporto con Gesù, attraverso l’Eucaristia, che ci rende davvero contemporaneo il Signore. Non possiamo prescindere dal rapporto personale con Cristo e quindi da quello con la Chiesa e con la comunità. Una persona che non vive fino in fondo l’esperienza della comunità non sperimenta il Signore, e così una comunità che non fa fiorire la persona non è autentica». In sintesi, «gli atteggiamenti per vivere bene lo spirito di Firenze sono la chiarezza nell’essere soggetto personale del rapporto con il Signore e mostrare che Dio ha a che fare con ogni nostra esperienza». Il rischio che anche nella Chiesa ambrosiana corriamo troppo spesso, invece, «magari per generosità, è il moltiplicarsi dei servizi, che fanno anteporre il particolare al tutto».

Altre domande. Maria, della parrocchia Sant’Andrea, parla di speranza per i giovani in un mondo dove il lavoro non c’è. Mauro, di San Nicolao della Flue, chiede come leggere i flussi migratori, tenendo conto della strumentalizzazione mediatica, specie in una zona dove operano realtà di accoglienza come la Grangia di Monluè. Marco, educatore, riflette su «come rimanere cristiani e rafforzare la propria fede».

Chiara la risposta che lega tutti gli interrogativi: «L’attuale fascia giovanile è la prima generazione dal dopoguerra che ha meno chances della precedente e ciò fotografa bene l’epoca di cambiamento in cui ci troviamo. Per questo siamo intenzionati ad affrontare una fase nuova del Fondo Famiglia Lavoro, tentando un’alleanza permanente col mondo dell’impresa e del commercio per trovare nuovi posti di lavoro». Rimane tuttavia «l’aspetto sostanziale, che i giovani non perdano la speranza, la “virtù bambina” che dà la prospettiva del futuro. Dobbiamo fare quello che faceva Gesù che, partendo dal bisogno, lo dilatava nel desiderio. Dobbiamo proporre un senso ai nostri giovani – che sono convinto siano aperti al Signore -, così che anche la prova acquista significato e fa cercare tutte le strade possibili per uscirne. Dobbiamo dare ai giovani un contesto nella Comunità educante che, superando la frammentazione, faccia capire che nulla ci è dato se non per farci crescere».

Per l’immigrazione «che non è più un’emergenza, ma un problema strutturale che permarrà per 40-50 anni, la paura va presa sul serio», ma anche qui, bisogna andare oltre: «Come Chiesa possiamo dare una prima mano, ma devono intervenire le istituzioni. Occorre un “Piano Marshall”, come bisognerebbe fare per la mancanza del lavoro, contenendo la pressione di una finanza che non si riesce ad arginare. Si deve arrivare a un nuovo ordine mondiale, ma sapendo che i problemi non si risolvono se non ci si gioca in prima persona».

E, infine, per rafforzare la fede, «in una società plurale, non bisogna abolire i simboli che parlano più di tanti discorsi», anche perché un certo tipo di laicità astratta crea un mondo che non esiste, nel quale «tutte le vacche sono nere», come diceva Hegel. Occorre invece «arrivare a un riconoscimento reciproco, dicendo la propria opinione, perché se non diamo ragioni e non narriamo ciò in cui crediamo togliamo qualcosa alla società».

E su un’ultima domanda relativa ai corsi per i futuri sposi, il Cardinale osserva: «La prima preparazione a un sano matrimonio è vivere, fin da piccoli, la famiglia e la comunità. È molto più grave che i giovani non si sposino più in Chiesa che la questione dell’ammissione ai sacramenti dei separati e divorziati».

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