Con l'intervento dell’Arcivescovo inaugurata la 5ª edizione della Scuola di formazione “Date a Cesare quel che è di Cesare”

di Pino NARDI

Giovani

I cristiani impegnati in politica devono puntare sulla testimonianza e non sull’egemonia. Sabato 22 settembre il cardinale Scola ha inaugurato la quinta edizione della Scuola di formazione sociale e politica promossa dalla Diocesi di Milano. Di fronte a oltre 100 giovani ha sottolineato l’importanza di gettare nuovi semi, auspicando «la nascita di una nuova generazione di laici politici cristianamente ispirata», animati da realismo, competenza e prudenza.

La politica attraversa una stagione difficile: è sempre più «autoreferenziale», tesa all’autoconservazione, spesso si identifica solo come attività partitica e subalterna ai poteri economici e della tecnologia («avversario più potente è la tecnocrazia planetaria»). Occorre invece che la politica recuperi il proprio orizzonte più grande, che «costituisce la sfida storica: la necessità di interpretare e governare il nostro tempo superando la frammentazione. E per questo necessita di un consenso sociale forte». Due gli esiti negativi della secolarizzazione: l’individualismo e i corporativismi antipolitici, che riducono la politica al «piccolo cabotaggio».

Quale la strada da imboccare secondo l’Arcivescovo? È nella scelta della testimonianza «come proprium della missione per il cristiano», che è «non solo buon esempio, ma anche conoscenza della realtà e quindi comunicazione della verità». La testimonianza, soprattutto nel campo sociale e politico, per Scola implica tre fattori: «Dire sempre, anche pubblicamente, la verità integrale sull’umano in tutte le sue implicazioni (antropologiche, sociali e di rapporto con il creato), massimamente quando sono in gioco i principi irrinunciabili insegnati dal Magistero della Chiesa». Secondo, «offrire e continuare a ricercare le ragioni che risultino convincenti della speranza che è in noi, che possano entrare nel confronto con tutti i soggetti che abitano la società plurale e tendano a mostrare la bontà dell’affronto cristiano di tutto l’umano». Il terzo (e «per me decisivo»): «Realizzare soggetti e luoghi in cui si possa toccare con mano questa testimonianza in atto».

La testimonianza ha implicazioni nelle scelte concrete dell’attività politica, sottolineate dal Cardinale: «Una ricerca del consenso che rispetti il metodo democratico e la legalità è assolutamente necessaria al politico. C’è differenza tra il “potere” perseguito con la logica della testimonianza e quello perseguito con la logica dell’egemonia». Un politico testimone infatti «non fa calcolo sull’esito dell’azione», alla ricerca del successo costruito con qualsiasi mezzo.

Dunque, un monito severo al rispetto delle regole democratiche e della propria coscienza, di fronte alle tentazioni del potere fine a se stesso. Lo scopo dell’impegno – ribadito da Scola – è quello di «agire cristianamente a tutti i livelli». La testimonianza vuol dire andare fino in fondo e anche pagare di persona (Scola ha indicato come modelli le figure di Sturzo e De Gasperi).

Al contrario, per il Cardinale, l’egemonia «è alternativa alla testimonianza». È la «logica del predominio che cerca a tutti i costi il potere in vista della riuscita. Qui si punta tutto sull’esito». Un rischio da cui non sono affatto immuni i cristiani: «L’egemonia espone l’azione dei cristiani a una lettura compromissoria e riduttiva, a una logica di scontro, con il rischio di una subalternità alla logica dominante».

Durante il dibattito è stato chiesto al Cardinale se può rinascere un partito unitario dei cattolici. Premettendo che la scelta operativa di partiti e programmi politici spetta ai laici, l’Arcivescovo ha constatato che «l’unità partitica è finita. È un dato di fatto. E oggi non mi sembra ci siano le condizioni per riproporla». Invece Scola ha ribadito la necessità per i credenti di «essere uniti sui principi irrinunciabili e di fare da lievito dove si è impegnati».

A margine dell’incontro, i giornalisti hanno chiesto – a mo’ di esempio – al Cardinale se un assessore cattolico che si trova in una giunta che approva  il registro delle unioni civili deve dimettersi. «Non si può rispondere in termini così secchi a questa domanda – ha detto il Cardinale -. Bisogna che lui si confronti con molta serietà con il valore della sua appartenenza. In secondo luogo, che trovi la modalità di esprimere in maniera evidente e forte il suo dissenso in termini pubblici, che faccia di tutto perché questo tipo di provvedimento non venga approvato. Al limite, se questo si ripete, deve porsi il problema se si trova nel contenitore giusto».

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