Visita pastorale “feriale” nel Decanato agli estremi confini della Diocesi. Ai fedeli riuniti nella parrocchia di San Vittore Martire l’Arcivescovo ha raccomandato di procedere convinti sulla strada della Comunità pastorale, cercando cammini condivisi

di Annamaria BRACCINI

porlezza/IMG_2077 - Copia

Prosegue ormai a pieno ritmo la Visita pastorale. Il cardinale Scola arriva nella parrocchia di San Vittore Martire a Porlezza, per incontrare i fedeli laici e i preti del Decanato omonimo, il più lontano geograficamente da Milano, il 43° e penultimo della Zona pastorale III (Lecco) toccato dall’Arcivescovo. Che – subito, dopo la breve introduzione del Vicario di Zona monsignor Maurizio Rolla, cui è accanto il decano don Cesare Gerosa – definisce il senso e lo scopo della Visita. «L’incontro tra noi cristiani è prolungamento dell’Assemblea eucaristica, porta impresso il segno di questa giusta realtà per le nostre comunità. Tale atteggiamento, infatti, ci permette di ascoltarci, perché oggi, tempo in cui siamo “in diretta” tutto il giorno con ciò che accade nel mondo, è molto facile un ascolto superficiale, mentre il nostro vuole essere un ascolto che feconda. In tal modo partecipiamo a un vero e proprio miracolo, Gesù ci assimila a Lui, incorporandoci come nell’Eucaristia, che è un anticipo della vita eterna con Cristo fino a quando – dice san Paolo – saremo sempre con Lui. Per questo parliamo di assemblea ecclesiale e non di riunione. Ciò implica anche un atteggiamento di confessione nel quale, invocando da Dio la conversione, siamo nudi davanti al Signore e aperti ai nostri fratelli, pur mantenendo il sacrario della nostra coscienza. Questo ci rende vivi e genera entusiasmo».

Poi, l’articolazione della Visita nei suoi diversi steps e il suo scopo, «superare il fossato tra fede e vita» esistente, per il quale già Montini diceva che, alla lunga, si sarebbe spenta la bella tradizione di fede ambrosiana: «Così è avvenuto con il progressivo calo dei battezzati». Infatti, pur essendovi un senso di fede molto vivo, come il Cardinale dice di aver notato durante tutto il suo venticinquesimo di Episcopato, «quando si esce di chiesa si tende a giudicare con i poteri dominanti, con i mass media. Per questo l’obiettivo della Visita è concentrarsi su due affermazioni di san Paolo: avere il pensiero di Cristo – la parola esatta in greco è “mentalità” – e avere i suoi stessi sentimenti. Se cerchiamo di aiutarci a pensare così tra fratelli e sorelle, si potranno vivere diversamente anche le prove».

Si avviano le domande: Walter chiede «quali passi fare per capire che il cammino della Comunità pastorale è una ricchezza anche per ogni singola parrocchia». Fiorenzo, del Consiglio pastorale diocesano, «come realizzare la corresponsabilità dei laici nella Chiesa».

«Sono molto contento che le critiche nei confronti delle Comunità pastorali si siano molto ridimensionate, perché iniziamo a capire il vero motivo di questo nuovo modo di rivolgere l’annuncio, raggiungendo tutte le persone», spiega Scola, in riferimento alle 4 Comunità del Decanato, che riuniscono 10 parrocchie. «La ragione dell’istituzione delle Comunità non è la riduzione del numero dei sacerdoti, ma è missionaria. In questo la Diocesi di Milano ha anticipato la grande intuizione di papa Francesco per cui la Chiesa deve andare nelle periferie, non può essere Chiesa del “campanile” e nemmeno del “campanello”. Se vogliamo vivere la fede, superando il fossato che la separa dalla vita, la prima uscita riguarda ciascuno di noi: è uscita esistenziale che, attraverso la condivisione del bisogno, diventa anche uscita fisica verso la città, la realtà del lavoro in crisi, verso i giovani. Difatti, una Pastorale giovanile realizzata per Comunità pastorali e Decanati è, oggi, certo più efficace di quella fatta a livello parrocchiale». Di questo occorre essere consapevoli e bisogna che il soggetto prenda posizione, suggerisce l’Arcivescovo. «“Abbiamo sempre fatto così” non è una buona frase. È ovvio che bisognerà individuare, con fatica paziente, la strada comune, ma ricordiamo che una delle tragedie dell’Europa contemporanea è legata all’individualismo divenuto isolamento – un autismo spirituale -, mentre l’io è sempre in relazione».

La riflessione va ai laici: «Mai come nel Concilio si è parlato del coinvolgimento dei laici, ma purtroppo abbiamo fatto molto poco: tuttavia ora, o facciamo qualcosa di più o il rinnovamento non avverrà. Per esempio, se la famiglia è soggetto di evangelizzazione come è emerso dal Sinodo, occorre incontrarsi, dialogare, affrontare questioni partendo dal reale: i gruppi familiari (che sono molto importanti e spero si moltiplichino) non bastano per una Chiesa davvero in uscita. Come ho sentito dire da un Vescovo, “noi teniamo in piedi la Chiesa a forza di sedute”, ma è solo il soggetto vivo che può valorizzare i laici. È possibile che, in una società piena di mobilità come la nostra, la celebrazione sia l’unica cosa che fa problema per muoversi?»

Poi ancora interrogativi: Daniela, catechista dei ragazzi della Cresima, «come far capire alle famiglie e ai ragazzi, specie se di Quinta elementare, che la Confermazione è un punto di partenza e non di arrivo?»; don Giuseppe, «come celebrare bene l’Eucaristia per la gente?»

«Abbiamo anticipato i tempi del Sacramento della Confermazione perché ci siamo resi conto che i ragazzi, già dopo la prima media, sono passivi e distratti, ed era quindi tardi per spalancarli a una ricezione costruttiva dello Spirito di Cristo. Invece, fino all’inizio delle scuole medie, il ragazzo ha ancora la capacità di meravigliarsi, c’è più apertura al senso del mistero e questo può essere un segno importante. Inoltre abbiamo voluto superare il rischio di usare il sacramento come strumento per tenere i giovani e le loro famiglie legate a noi. Se avessimo perseverato nella situazione precedente, la Cresima sarebbe divenuta la fine di un cammino, come è in larga parte già accaduto. Perciò abbiamo introdotto la Comunità educante, per permettere di superare la frammentazione in cui sono costretti i nostri ragazzi e far comprendere la bellezza di stare con Gesù. La strada non può che essere quella di una comunità veramente affascinante, che nasce da un soggetto, dall’impegno, soprattutto, di laici attivi. L’appartenenza alla comunità deve essere tanto piena che un giovane si trovi nella posizione di non poterla abbandonare. Nel corso della vita potranno cambiare le modalità, ma un senso di appartenenza così non cambia. La persona fiorisce solo nella comunità e quest’ultima non è tale se non fa fiorire la persona. Ciò ha a che fare anche con il tema dell’Eucaristia domenicale». Infine, in rappresentanza delle 13 scuole presenti sul territorio decanale (frequentate da 1376 bambini con 139 addetti), si chiede al Cardinale di offrire «le ragioni della speranza». «Le ragioni sono ciò che ci siamo detti stasera»: appartenere, pensare e agire con i sentimenti di Cristo, educarsi alla Comunità, camminare insieme convinti.

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