Il cardinale Scola ha dato avvio alla visita pastorale feriale nel Decanato “Varese”. Dialogando a 360° su molti temi, ha indicato la necessità di una proposta cristiana capace di convincere e vitale

di Annamaria BRACCINI

Una lunga preparazione per una realtà ricca di «vivacità e poliedricità», basti pensare alla capillarità di una presenza ecclesiale con 40 parrocchie esistenti sul territorio di 8 diversi Comuni, cui si aggiungono 17 movimenti e associazioni e un volontariato diffuso. Ma «poiché una storia gloriosa da sola non basta, comprendiamo la necessità di conversione». 
È il Decanato Varese, quello che il decano, don Mauro Barlassina delinea brevemente, accogliendo il cardinale Scola. Inizia così, anche per il penultimo Decanato della Diocesi, la prima delle tre fasi in cui si articola la Visita pastorale feriale. La prepositurale di San Vittore gremita saluta subito con un applauso l’Arcivescovo cui sono accanto, oltre il Decano, il vicario di Zona II, monsignor Franco Agnesi e il prevosto di Varese, monsignor Luigi Panighetti. Ci sono decine di sacerdoti impegnati in questo grande Decanato (più di 113.000 di abitanti) le religiose, il Sindaco, il Prefetto, il neo Questore e il Comandante della Stazione dei Carabinieri della città e i primi cittadini del territorio, i ragazzi e gli anziani, le famiglie con bimbi piccoli e i nonni. Molte sono le persone che non trovano posto e rimangono tutta la serata in piedi ad ascoltare. Insomma, una festa di popolo, anche se chiarisce don Barlassina, «sappiamo di vivere non un incontro, ma un’assemblea ecclesiale».           
Assemblea «che deve essere vissuta con un ascolto di fecondazione e lo stile eucaristico, lasciandoci incorporare a Cristo nella nuova parentela istituita da Lui», spiega il Cardinale. «Un atteggiamento – questo – importante come credenti, ma anche come cittadini, perché siamo figli di Sant’Ambrogio», aggiunge.
Poi, il motivo generale per cui è stata indetta la Visita –  «un dovere di ogni Vescovo» –e sua la ragione specifica: «Aver verificato come sia aumentato il fossato tra fede e vita, già evidenziato dal giovane don Montini nel 1932 e che lo portò, come Arcivescovo, a convocare la grande Missione di Milano nel 1957 con i suoi 1500 predicatori». 
«Agli inizi degli Anni ’70 la frequenza alla Messa domenicale è crollata e tale fossato è andato aumentando. Anche se, oggi, vi è più consapevolezza e convinzione nella partecipazione ecclesiale, la frattura tra fede e vita è aggravata dalla liquidità della società attuale», osserva ancora il Cardinale.
«Dentro il quotidiano – la ragione per cui Gesù è venuto essere via verità è vita – non “passa”, infatti, il modo di pensare di Cristo. Ho l’impressione», sottolinea, «che, provocati dal grande cambiamento di epoca che stiamo vivendo, non si porti l’azione centrale della vita, l’Eucaristia, dentro la storia e la realtà effettiva». 

Giovani, adulti, oratorio 

Poi, le domande. Luca, 22 anni chiede «come le realtà giovanili possano collaborare con quella degli adulti»; don Stefano, responsabile della Pastorale giovanile nella CP Sant’Antonio Abate (Varese centro), parla del futuro degli Oratori e di «come possono diventare luoghi di luoghi di integrazione pur rimanendo spazio di educazione cristiana». 
«Non si dà educazione senza l’adulto», premette l’Arcivescovo. «Le persone, in modo particolare i giovani hanno bisogno di avere intorno a loro una comunità vitale che viva ciò di cui parla»
Insomma, l’educazione è un esperienza, uno stile di vita che il Cardinale esemplifica con un con un riferimento personale, ma immediatamente comprensibile a tutti. «Con mio padre, che era un socialista massimalista convinto, non facevo discorsi di questo tipo, ma era lo stile della mia vita familiare che convinceva e bastava». 
Da qui la constatazione: «Non possiamo concepire l’azione educativa isolando i ragazzi  dal resto del popolo di Dio, magari attraverso una serie di iniziative rivolte solo a loro. Il popolo è fatto di tutte le età, dei piccoli e dei centenari: la questione è, semmai, riconoscere l’incontro con Cristo che è radice della nostra appartenenza al corpo vitale della Comunità in cui occorre perseverare».
L’invito è tornare, con il pensiero, al momento della vita, «che esiste per tutti, nel quale un avvenimento, una persona ha reso presente Cristo, riattualizzando il nostro battesimo». 
Questa è anche la strada per far rinascere l’oratorio, suggerisce Scola. «Il problema è la qualità della proposta, non il suo esito. Se è così, c’è spazio per tutti, ma ci vuole chiarezza. E ciò vale anche per il comparto caritativo: è la realtà, attraverso le circostanze e i rapporti, che ci istruisce». 

Cultura, fede pluriformità nell’unità 

Ancora interrogativi: Paola del Centro Culturale “Massimiliano Kolbe”, riflette sulla riscoperta della dimensione culturale della fede. «In che modo mostrare che è il senso della vita?»; Carlo, responsabile decanale di Azione Cattolica, domanda «quali le linee guida per migliorare le relazioni tra i gruppi ed essere segni visibili in città?». 
«Come abbiamo detto, il legame tra lo stile di vita dei cristiani e il quotidiano è il punto debole della nostra proposta ed è naturale che la confusione attuale colpisca anche noi. Quello che non è naturale è non perseverare nel pensiero di Cristo. Se accade un evento straordinario di cui tutti i mass media parlano, noi ci troviamo divisi, invece di ragionare insieme». 
Educarsi al pensiero di Cristo – un esercizio che chiede ripetizione, perché è il soggetto che cambia attraverso le età –, non vuole dire avere «verità prefatte, ma significa dinamismo di vita». 
Di fronte al «retaggio di convenzione» che, persistendo ancora nella pratica cristiana, va superato, «recuperare la dimensione culturale della fede è una strada per arrivare a una maggiore consapevolezza». Anche perché, come diceva san Giovanni Paolo II, “una fede che non diventa cultura non è ancora compiuta, consapevole, quindi, non è comunicabile”. 
Poi, la risposta sulla sinergia tra gruppi, movimenti, associazioni. «Se ci identifichiamo con un ruolo, abbiamo un atteggiamento di potere che si sia preti o laici. Il modo per andare oltre è avere quella stima a priori degli altri – pensiamo a Gesù e ai suoi incontri – che permette pluriformità nell’unità. In un mondo come il nostro, se non seguiamo le indicazioni che vengono dalla Tradizione (con la “T” maiuscola) e il Magistero, se non abbiamo unità nella Messa domenicale, non riusciamo a essere credibili. Cosa vuol dire fare ecumenismo se non mostriamo noi per primi comunione che implica stima per ogni uomo e donna che il Signore ci fa incontrare?». 

Comunità Pastorali e Catechesi 

Infine, è Monica, del Consiglio pastorale decanale, ad affrontare il tema delle CP e del ruolo dei laici, mentre Cristina, catechista, domanda sulla Catechesi e l’Iniziazione cristiana. 
«La Comunità pastorale è profetica, anche se la capiremo compiutamente tra 15 o 20 anni, ed è una forma rispondente all’energia missionaria. Il punto fondamentale è, però,  accettare che la CP favorisca l’uscita verso il campo che è il mondo intero. Se si fa questo, lo stato di vita – qualsiasi esso sia –, emerge in pienezza». 
«La fragilità della nostra forza educativa viene dal non valorizzare l’integralità della persona, per tale ragione abbiamo scelto la strada della Comunità educante». 
Torna, così, prima della benedizione finale e del saluto affettuoso dei fedeli al Cardinale, l’indicazione, o meglio, la consegna a vivere i due poli base della persona e della comunità, perché «una comunità che non fa fiorire la persona non è adeguata e una persona senza la comunità non cresce e non matura».  

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