L’Arcivescovo ha avviato la Visita pastorale nel Decanato. Non temere le fatiche del cambiamento e aprirsi all’incontro: questa la via indicata dal Cardinale per una “Chiesa in uscita”

di Annamaria BRACCINI

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«Le chiediamo di aiutarci a ritrovare la freschezza della fede e la ricchezza di un lavorare insieme che superi la ristrettezza del confine parrocchiale. Dalla Visita pastorale ci auguriamo una vita più gioiosa e fraterna»: Nell’indirizzo di benvenuto del decano don Pietro Bassetti, parroco di Angera, c’è tutto il senso dell’attesa e di una «mobilitazione attenta» in vista dell’assemblea ecclesiale che riunisce i fedeli nella chiesa di San Bernardino a Sesto Calende. Il Decanato omonimo (il 61° in cui il cardinale Scola avvia la Visita pastorale feriale) è ai confini della Diocesi, affacciato sul Lago Maggiore, nella Zona pastorale II (Varese), di cui è presente il Vicario, monsignor Franco Agnesi.

Le parole dell’Arcivescovo

Subito l’Arcivescovo nota «una bella partecipazione» – non solo a Sesto Calende, ma per l’intera Visita – «in questa nostra terra ambrosiana messa alla prova da problemi e dalla crisi e che, tuttavia, ha mantenuto aperta una generosità che forse ha bisogno solo di essere vissuta in maniera più esplicita in senso cristiano». Bisogna, infatti, che «Gesù e la Chiesa diventino i motivi che fanno affascinante il nostro quotidiano». Insomma, quel «rendere più familiare Cristo vivendone lo stile», che è il senso di quanto si sta compiendo.

Il riferimento è a una delle 4 azioni di cui parla il Direttorio dei Vescovi per l’indizione della Visita, “consolare” il popolo di Dio: «Dobbiamo vivere un’unità tra noi che ci strappi dalla solitudine, come ha insegnato la prima Comunità di Gerusalemme. Gesù ha voluto che ogni persona che lo segue aderisca a un “noi” ecclesiale, con la testimonianza di un volersi bene fino al perdono reciproco che è segno bello e grande».

Poi, lo scopo specifico dell’iniziativa: l’educazione al pensiero di Cristo, perché «se non trasformiamo l’amore che Gesù ha per noi, e quello che noi abbiamo per lui, in un criterio», ci lasciamo influenzare dal mondo della comunicazione e dal pensiero dominante: «Questa è un’espressione di quella frattura tra fede e vita che Montini già nel 1932 aveva indicato e per cui indisse, nel 1957, la grande Missione di Milano». Ovvio che con l’aggravarsi, oggi evidente, di tale frattura «a poco a poco la nostra fede diventi difficile da comunicare specie alle giovani generazioni. Vogliamo, invece, educarci pazientemente ad avere il pensiero e gli stessi sentimenti di Cristo».

Dopo l’illustrazione dei tre momenti della Visita che «deve situarsi anche nella preparazione alla venuta del Papa a Milano esattamente tra due mesi», parte il dialogo.

Comunità pastorali e stile cristiano

Eugenio (Comunità pastorale Santa Teresa Benedetta della Croce) chiede appunto delle Cp (due presenti nel Decanato, come due sono le Unità); Angelo, da Taino, si sofferma su come promuovere «uno stile cristiano fatto comunicazione generosa, per essere più capaci di vivere un’appartenenza gioiosa».

«Le fatiche nei cambiamenti non mancano mai e sono normali, perché siamo tutti esseri finiti che fanno i conti con la propria imperfezione – spiega Scola -. Un cammino come quello delle Comunità implica un cuore nuovo e chiede conversione. Il motivo per cui il cardinale Tettamanzi ha avviato le Comunità pastorali non è la carenza dei preti, pur venendo incontro a questo grave problema, ma la missione. Il cristianesimo nasce da un Dio incarnato, che si gioca nella storia, che vuole essere via, verità e vita e che si fa incontrare. Noi non possiamo, quindi, non proseguire in questa incarnazione».

Da qui, la necessità di accrescere il senso di comunione «tra i laici che sono soggetti attivi e non clienti della Chiesa», aprendosi all’incontro: «Non possiamo stare “sotto il campanile” ad aspettare giovani e gente la cui cultura di studio e del lavoro è cambiata, con i ritmi complessi che tutti conosciamo. Dobbiamo muoverci, andare verso tutti gli uomini e le donne del nostro tempo». Dunque, una ragione missionaria che rende le Cp, se vissute in modo corretto secondo i “fondamentali” della vita cristiana, particolarmente adatte ad affrontare le sfide attuali, «non sopprimendo le parrocchie, ma inserendole in un orizzonte più ampio».

Il richiamo è anche al tasso di litigiosità che abbiamo fin nelle famiglie: «Bisogna far prevalere l’unità nel conflitto e vivere il rapporto con il Signore in maniera autentica e piena. Per questo, nella Lettera Alla scoperta del Dio vicino, abbiamo indicato i 4 “fondamentali” seguendo Atti 2, 42, 47, perché questi stessi aiutano a valutare tutte le cose a partire dalla presenza di Gesù nella vita, rispettando la pluralità di gruppi e realtà associative. Così la comunità si fa attraente».

Chiara la domanda che Scola rilancia ai fedeli: «Chiediamoci se Cristo ha un posto nella nostra giornata, almeno con un segno di Croce, e se trasformiamo – come Madre Teresa di Calcutta diceva delle sue giovani figlie – questo amore vivente in criterio di azione. Siamo bravissimi a organizzare iniziative, ma Gesù spesso rimane alle spalle; magari resta, se resta, solo un elemento di ispirazione. La strada per superare i conflitti è il rispetto, ma soprattutto avere amore e carità verso tutti».

Testimonianza e scuola

È la volta di Laura, giovane dell’Unità pastorale di Angera e Ranco: «Come essere testimoni efficaci della fede in mezzo a persone che fondano la loro vita su altri modelli?». Poi Susi, insegnante di Varano Borghi, che si interroga sul «ruolo dell’insegnamento cattolico nella società liquida».

«Queste due domande sono il segno di quella concretezza che Gesù ci ha insegnato. Noi dobbiamo generare i luoghi vitali e attrattivi. Bisogna esporsi per la propria fede con semplicità, liberi dal risultato, convinti di aver ricevuto qualcosa di bello e di buono. Da cristiani facciamo una proposta, non dobbiamo convincere nessuno, perché non siamo un partito».

«La scuola, dopo la famiglia, è un fattore che non può non appassionare la Chiesa e tutte le agenzie educative ci interessano»: il richiamo è al Centro Studi, con le sue scuole, intitolato ad Angelo Dell’Acqua, il Cardinale vicario di Roma, sestese di origine e sepolto proprio in San Bernardino. «La scuola cosiddetta paritaria non deriva da un disprezzo per la scuola di Stato, ma si pone come tentativo di offrire un senso della vita, mostrando il nesso tra i diversi saperi e il criterio con cui affrontare la realtà che è una persona, Cristo stesso». Anche perché – scandisce l’Arcivescovo – «l’unico Paese in Europa, oltre la Grecia, che non valorizza questo dato è l’Italia»: basti pensare ai finanziamenti. «Un sistema educativo veramente libero dovrebbe avere una pluralità di forme, ma siamo ancora indietro e occorre lavorare».

Liturgia e individualismo

Infine Lorenzo, dell’Unità pastorale di Comabbio e Ternate, sulla liturgia, e Angela, di Varano Borghi, su come «non cadere nella tentazione dell’individualismo».

Due le parole-chiave conclusive del Cardinale: incontro e fraternità. Infatti, «il cristianesimo non è, anzitutto, una religione o una dottrina, ma un incontro personale con Cristo nella comunità cristiana, come si vede bene dal Vangelo di Marco. Se siamo qui è perché abbiamo fatto tale incontro, anche se rischiamo di perderne, per dimenticanza, la bellezza, mentre esso è un avvenimento che prende dentro e cambia l’esistenza. La vita viene solo dalla vita e non dalle strutture. Per capire l’idea del cristianesimo come nuova parentela chiediamoci che amore abbiamo, quale disponibilità e come vogliamo affrontare la vita di tutti i giorni, perché il cristianesimo o è concreto o non è».

 

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