Il sacerdote e docente analizza l’evoluzione del significato di un concetto che l’Arcivescovo ha messo a fuoco nella sua Lettera pastorale: «È un realtà dinamica: nasce nel dialogo tra Dio e l’uomo, che poi definisce come realizzare il suo modo di essere figlio»

di Annamaria Braccini

Francesco Scanziani
Don Francesco Scanziani

È un tema importante, caro all’Arcivescovo che lo ha ribadito più volte. È la vocazione, questione che, specie dopo il Sinodo dedicato ai giovani, ha assunto ancora più rilievo nella riflessione della Chiesa di oggi. Ma cosa significa che tutta la vita, ogni vita, sia vocazione? A rispondere è don Francesco Scanziani, docente di Antropologia teologica in Seminario e presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

Da un punto di vista propriamente pastorale, l’attenzione vocazionale è centrata sulle vocazioni di speciale consacrazione, ma già il Vaticano II ha allargato in senso laicale la considerazione di questa tematica. Su questo il Concilio è stato recepito a pieno?
Il termine vocazione è utilizzato in forme differenti e perciò si presenta carico di molteplici significati: un segno della sua ricchezza, ma anche del pericolo di una “equivocità”. Il Concilio ha cercato di passare dall’interpretazione legata univocamente alla scelta di vita religiosa, per dilatarsi a indicare la vocazione universale di tutti i cristiani: ciò ha consentito di riguadagnare la “dimensione vocazionale” della vita cristiana. D’altro canto, però, occorre coglierne continuità e discontinuità nei vari contesti, evitando confusioni o pregiudizi. In primo luogo, «la vita stessa è vocazione»: è il senso più estensivo, fondamento delle vocazioni specifiche. Un secondo significato riguarda la vocazione battesimale o alla vita cristiana, ossia la chiamata alla configurazione a Cristo e all’appartenenza alla Chiesa. È un ulteriore guadagno del Vaticano II che recupera «la comune vocazione alla perfezione», come si legge nella Lumen Gentium. In tale quadro, infine, acquistano un senso proprio le vocazioni specifiche, ossia le differenti scelte di vita. Questo è l’orizzonte dischiuso dal Concilio: superfluo ribadire che non può ancora essere dato per scontato.

In più occasioni l’Arcivescovo fa riferimento a un’interessante intuizione teologica, relativa alla vocazione cristiana come “chiamata alla santità”, consegnando poi alla responsabilità e alla libertà di ogni singolo credente la scelta del proprio stato di vita. Quale è il significato di tale indicazione?
L’indicazione dell’Arcivescovo ha, di nuovo, un sapore conciliare. Evidente il rimando solido al capitolo quinto della Lumen Gentium, dove non si parla genericamente di chiamata alla santità, ma se ne precisa il senso cristiano. Ossia, la santità cristiana non è una generica “perfezione”, ma la bellezza della carità. Ancora precisa il Concilio: «Gesù ha mandato a tutti lo Spirito santo che, dall’interno li muova ad amare Dio con tutto il cuore e ad amarsi reciprocamente». Questo non è attraente anche per i giovani di oggi? Non è l’appello che ciascuno sente nel cuore? Accanto a tale “vocazione all’amore”, l’Arcivescovo sottolinea che la chiamata di Dio non è «un copione scritto, ma poesia da scrivere ogni giorno». Ossia, libera dal pregiudizio – purtroppo ancora duro a morire – che ci sia un disegno già prestabilito. Altrimenti la libertà e, dunque, l’amore sarebbero illusori. Piuttosto, la vocazione va riconosciuta nel suo dinamismo storico: nasce nel dialogo tra Dio e l’uomo, che nella sua esperienza della Chiesa e del mondo definisce responsabilmente come realizzare, qui e ora, il suo modo di essere figlio.

Come è possibile declinare questa prospettiva nelle nostre dinamiche pastorali ordinarie di oggi?
Credo che il Sinodo sui giovani possa diventare occasione per rilanciare alcune istanze di fondo. Anzitutto, occorre mettersi in ascolto delle domande profonde degli uomini di oggi, sino a sintonizzarsi con ciò che «risuona nei loro cuori». Infine, per operare un genuino cammino di ricerca della propria vocazione, la Chiesa ha un duplice compito. Da un lato, come indica il proemio di Gaudium et Spes, ha il compito di «proclamare la grandezza somma della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino»; in questo modo già «offre all’umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d’instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione». Dall’altro lato, essa custodisce l’arte del discernimento: una via che le guide spirituali devono apprendere sempre più, per accompagnare i giovani di oggi a realizzare pienamente se stessi.

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