Nel discorso alla città tenuto alla vigilia della festa di sant’Ambrogio di dicembre 2022, l’Arcivescovo ha fatto l’elogio dell’inquietudine. Un’inquietudine che, di fronte alla tentazione di difendere la propria sicurezza e il proprio benessere, costringe a domandarsi: e gli altri?
Si può forse partire da qui per ricordare, a vent’anni esatti dalla morte, Giorgio Gaber, anche lui incarnazione di quello spirito milanese evocato da Delpini, che non si rassegna al malumore e al ripiegamento su di sé, ma dà voce alla speranza con il realismo di un impegno praticabile, al di là di ogni ideale illusorio. Per questo Gaber rimane nel cuore di tanti: è un pungolo e una boccata di aria fresca. Molti dei suoi testi vanno periodicamente riascoltati perché ci costringono a smascherare le nostre ipocrisie, a misurare il nostro egoismo, ma anche a rispolverare quel tratto di umanità che giace sepolto da qualche parte dentro di noi.
Una sua opera di prosa, tra le tante canzoni indimenticabili, risuona in straordinaria consonanza con la provocazione dell’Arcivescovo. È Il Grigio, il lungo monologo di un uomo che si ritira ai margini della vita per starsene in pace, lontano da tutto quello che lo disturba e lo infastidisce. Eppure, anche nella sua nuova sistemazione in campagna, dove tutto dovrebbe essere perfetto, un intruso, un topo, il “grigio” appunto, non lo lascia tranquillo. Ma non è una maledizione, è «la necessità di qualcuno o qualcosa che non faccia addormentare i tuoi dubbi, che non ti faccia riposare sulle tue presunte comode poltrone».
La domanda sul destino degli altri è insopprimibile e non si risolve nel fare un po’ di posto ai meno fortunati: è invito a una fraternità sincera che chiede reciproco ascolto, profonda comprensione, onestà nel riconoscere nei difetti altrui le nostre stesse miserie; una pietà che si apre alla simpatia.
«Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti voi?», chiede l’anonimo personaggio di Gaber. «Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C’è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza. Sì, certo… tutto dentro la naturalezza di quelle spalle vestite. Quello che io ora provo per quell’uomo è una comprensione diretta, senza impegno, senza ideologie sociali».
L’affronto bestiale alla presunta umanità di cui ci ammantiamo ha il solo scopo di risvegliare in noi una forza divina, l’unica alla nostra portata: quella dell’amore per il nostro simile. E Gaber conclude: «Bisognerebbe essere capaci di trovare… l’indulgenza e l’amore che dovrebbe avere un Dio che guarda». È un bell’augurio per l’anno che inizia.
Editoriale
Risvegliare la nostra umanità. Scomodo, ma possibile
Nel discorso del 2022 per sant’Ambrogio, l’Arcivescovo Mario Delpini ha esaltato un’inquietudine capace di rompere l’indifferenza e di farci chiedere: “e gli altri?”. A vent’anni dalla morte, Giorgio Gaber incarna lo stesso spirito critico e realistico. Nel monologo Il Grigio, il “disturbo” che turba la quiete diventa simbolo di una coscienza che non si addormenta e apre alla fraternità e all’amore per l’altro
di Fabio LANDI
1 Luglio 2024


