Quella naturale del cielo e del mare, quella artistica della Cattedrale normanna e quella spirituale della vicenda umana e sacerdotale di padre Puglisi, intrecciata al suo martirio

di don Marco DE BERNARDI
Prete 2010

preti Palermo Monreale

La parola che ha conquistato la quarta giornata del pellegrinaggio Ismi in Sicilia, che si è imposta con stupore allo scorrere sereno e simpatico del nostro tempo, è stata «bellezza».

Bellezza di un mattino limpido sul mare alle prime ore del giorno, bellezza della vita unica di don Pino Puglisi (ricompresa dalla narrazione teologica di don Massimo Naro, sacerdote e studioso di Caltanissetta), bellezza di un tuffo in un’acqua limpida e gelida per ridere e scherzare con i confratelli, bellezza di un capolavoro dell’arte e della storia: la Cattedrale normanna di Monreale. Cielo e mare di Sicilia fanno da sfondo alla contemplazione e alla meraviglia per questa terra unica per i suoi monumenti e la straordinarietà dei suoi figli.

Dalle parole pacate e profonde di don Massimo (fratello del compianto Arcivescovo di Monreale Cataldo Naro), abbiamo esplorato la grande spiritualità di don Pino (3P per gli amici…) che, «per Grazia», è cresciuta «continuamente impastata con la storia degli uomini», mai disincarnata. Una vita dove continuità e discontinuità sono intrinsecamente intrecciate, tanto da far dire che «il martirio è un momento che non sopraggiunge improvviso», ma fa parte del gioco, quasi epilogo di un dialogo mai evitato, anzi decisamente sollecitato, anche con chi poi si è reso responsabile della sua morte. Un dialogo vero che, nel Vangelo, ha trovato forza per impegnarsi nella conversione dell’altro, anche del mafioso, anche a rischio, quasi scontato, della propria morte. Apparentemente una sconfitta umana, e, invece, vittoria secondo il Vangelo.

Quel Vangelo che brilla in terra di Sicilia nella vita degli uomini coraggiosi e, sulla via della bellezza, nello splendore dell’arte. Il Vangelo che trova la brillantezza dell’oro, delle tessere colorate dei mosaici e dell’assoluta maestria di artisti locali e bizantini che, più di otto secoli fa, diedero vita alla Cattedrale di Monreale.

Di questa meraviglia scriveva Romano Guardini, citato nell’omelia dall’arcivescovo Michele Pennisi: «Ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza… Che dovrei dire dello splendore di quel luogo?… Dapprima lo sguardo del visitatore vede una basilica di proporzioni armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla… Oro su tutte le pareti. Figure sopra figure, in tutte le volte e in tutte le arcate. Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo. Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso. Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedeva che c’erano e attendevano; e che sarebbero dunque se rifulgesse il loro splendore! Solo qui o là un bordo luccicava, e un’aurea chiaroscura si spalmava sul mantello blu della figura del Cristo nell’abside».

Degli occhi del Cristo si è riempito il nostro sguardo. Uno sguardo verso la santità, verso la mèta della vita del cristiano, del credente, dell’uomo che, come don Pino, decide di stare «in seno al mondo», dalla parte dei fratelli «a testa alta».

 

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