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Indagine

Quelle sorelle arrivate da terre lontane

Presentata in Arcivescovado una ricerca sociologica promossa dal Vicariato per la Vita consacrata e dall'Usmi diocesana, realizzata dall'Università Cattolica e relativa alle religiose di Congregazioni intercontinentali presenti nella Chiesa ambrosiana. Nelle loro testimonianze problemi e difficoltà, ma anche la gioia che nasce da occasioni di condivisione

di Annamaria BRACCINI

12 Giugno 2026
Le religiose presenti all'incontro in Arcivescovado

Una ricerca che ha raccolto il vissuto e le narrazioni delle suore intercontinentali che operano in Diocesi e che segue un precedente lavoro di raccolta di dati quantitativi. È quella promossa dal Vicariato della Vita consacrata e dall’Usmi diocesana in collaborazione con il Centro Arc (Anthropology of Religion and Generative Studies) dell’Università Cattolica, presentata nel salone dei convegni dell’Arcivescovado. Aperta dal saluto del Vicario generale monsignor Franco Agnesi – che a nome dell’Arcivescovo ha ringraziato coloro che si sono spesi per la ricerca -, la mattinata ha visto la restituzione degli esiti del progetto illustrata dai docenti della Cattolica Monica Martinelli e Davide Lampugnani.

Il saluto del Vicario generale

La parte più giovane

«Sono 600 le sorelle intercontinentali nella nostra Chiesa, ma si può arrivare al numero di 800. Sono in aumento e rappresentano la parte più giovane della Vita consacrata», ha detto il vicario episcopale monsignor Walter Magni, richiamando l’impegno profuso per la ricerca anche dal “Tavolo di confronto della Vita consacrata” e dal gruppo di supporto del progetto. Arriva anche l’annuncio di un corso d’italiano online per le consacrate, organizzato in collaborazione con la Cattolica, che inizierà in settembre.   

«Abbiamo ascoltato il racconto delle suore provenienti dai vari Paesi, soprattutto africani, sudamericani e asiatici: in particolare quello di 10 responsabili di comunità attraverso altrettante interviste in profondità, realizzando poi alcuni focus group che hanno interessato circa una quarantina di religiose di varie nazionalità e congregazioni, prevalentemente di fondazione non italiana», ha spiegato la sociologa Martinelli.  

L’intervento di monsignor Magni

Le difficoltà

Tante le difficoltà emerse dalle vicende personali raccontate dalle suore. Anzitutto imparare l’italiano, ma anche comprendere usi e costumi di un altro Paese, confrontandosi con un diverso contesto pastorale, soprattutto rispetto all’evangelizzazione dei giovani, e accettando un ruolo molto spesso sottodimensionato rispetto a quello svolto nelle terre di origine. E poi, come è ovvio, la fonte di tutte le problematiche: il pregiudizio legato al colore della pelle, al modo di professare la fede, persino ai luoghi di provenienza considerati ancora terre da evangelizzare.

«Abbiamo còlto l’impressione che condividere, magari, cibi etnici, balli e canti sia qualcosa di sporadico, legato al folclore, senza un vero desiderio di aprirsi all’altro e alla sua fede. È difficile far capire che oggi siamo noi una terra di missione», ha aggiunto Lampugnani, parlando di una «intersezionalità», ossia della sovrapposizione di diverse identità sociali con le relative discriminazioni, in questo caso per la somma di essere straniere e donne.

«Alcune, nelle loro narrazioni, hanno usato parole come “schiave” e “serve”. Sono episodi circoscritti e limitati, ma comunque presenti – ha osservato Martinelli – e “sentirsi diverse” rischia di far vacillare anche la propria identità di consacrate». Una di loro ha detto: «Noi suore straniere, siamo sempre straniere. A volte molte persone sono molto dirette e dicono parole difficili da mandare giù. Questo impedisce l’inculturazione perché, anche se vogliamo entrare nella vostra cultura, c’è un blocco che non possiamo togliere».

Monica Martinelli e Davide Lampugnani

Ciò che aiuta e sostiene

Ma naturalmente c’è anche il tanto bene che esiste e che si realizza attraverso l’aiuto che viene dalla preghiera, dal condividere il proprio vissuto, dall’imparare ad avere delle priorità, mettendo dei limiti alle richieste, ma soprattutto con relazioni di accoglienza reciproca. «Per questo – hanno sottolineato i relatori – è importante, secondo le consacrate intervistate, che i sacerdoti e i laici riescano a vedere i bisogni che emergono nei primi anni della loro presenza in Italia. Soprattutto è fondamentale che la comunità locale sia preparata dal parroco, che spieghi la necessità di una nuova presenza e l’aiuto che può portare alla comunità stessa». Insomma, come è peraltro ovvio per ogni relazione, la reciprocità è il fattore dirimente.

Ultimi due punti toccati, il rapporto con la Diocesi e alcuni suggerimenti come una maggiore attenzione alla formazione, alla valorizzazione delle competenze, alla promozione di incontri tra consacrate e all’individuazione di spazi e tempi per essere ascoltate. Per arrivare alla richiesta di una sensibilizzazione dei seminaristi per una più precisa conoscenza della Vita consacrata. Non manca la speranza di avere un maggior supporto burocratico.     

Il rapporto con la Diocesi e l’auspicio

La ricerca ha evidenziato «un rapporto forte delle consacrate con la Chiesa ambrosiana, sia come Diocesi in sé, sia come radicamento nella comunità locale». Un legame peraltro ribadito da tutti gli interventi delle religiose che hanno preso la parola al termine della presentazione. Da qui l’entusiasmo per la partecipazione ai grandi momenti in cui la nostra Chiesa si riunisce, le giornate della Vita consacrata, le Messe in Duomo e la visita di papa Francesco a Milano. Vi è poi un pieno apprezzamento per gli incontri dell’Usmi, anche se i tanti impegni impediscono spesso di essere presenti, e per quelli a livello decanale, specie relativi alla pastorale giovanile, o per le visite e l’ascolto da parte dei referenti diocesani per la Vita consacrata. «Le religiose intercontinentali sanno vivere ai confini, costruendo continuamente ponti ed equilibri dinamici, vivono relazioni segnate da forme di accoglienza, ma anche da profonde asimmetrie che esistono e non si possono negare o cancellare, ma che talvolta vengono riempite da aspetti di dominazione e potere».  

«Arrivate in Diocesi per una convocazione, le consacrate intercontinentali possono diventare una provocazione concreta per una Chiesa dalle Genti dal volto plurale», hanno concluso i due sociologi, che presenteranno la ricerca anche nella sessione residenziale del Cem in programma a Villa Cagnola di Gazzada dal 15 al 17 giugno.

E si potrebbe aggiungere l’invocazione a un cambiamento di mentalità, dove i tre termini hanno, non a caso, al loro interno la parola vocazione.