A Brugherio, si sono svolti gli “Stati generali” del cammino pluriennale ambrosiano degli oratori. Moltissimi i partecipanti all’assemblea che ha visto, nel pomeriggio, l’intervento dell’Arcivescovo

di Annamaria Braccini

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Oltre 1000 responsabili, riuniti per progettare l’oratorio del futuro, in una sorta di “Stati generali”.
È un punto di snodo, quello che, attraverso l’assemblea che prosegue per un giorno intero in due sessioni, si vive a Brugherio, presso l’oratorio “San Giuseppe”, per delineare il cammino del progetto pluriennale “Oratorio 2020”.
Gli interventi e ben 30 diversi workshop, per recepire i criteri fondamentali in vista della definizione di un progetto educativo, articolano i Lavori. I progetti, che saranno poi elaborati concretamente da ciascun responsabile coadiuvato dallo staff degli educatori del proprio oratorio nel corso dell’anno pastorale 2019-2020, verranno consegnati all’Arcivescovo, nel contesto di una grande festa diocesana degli oratori già in programma per l’ottobre del prossimo anno.
E proprio l’Arcivescovo (che scorso 23 febbraio nella grande assemblea di Bollate, all’avvio di Oratorio 2020, aveva stilato il Decalogo ad esso dedicato), intervenendo alla Sessione pomeridiana – in mattinata era presente il vicario generale monsignor Franco Agnesi -, con una sintecissima istantanea scolpisce il progetto educativo oratoriano.
«Non voglio carte, voglio fuoco. E si deve scrivere una carta sia per accendere, non voglio emozioni, voglio pensiero e, se si devono raccogliere emozioni, sia per spingere oltre il pensiero. Non voglio numeri, ma nomi e volti. E se si devono contare coloro che vengono, siano sempre nomi e volti. Non voglio programmi, ma cammini, e se si devono fare programmi, che lo siano per indicare il cammino; per convincere al cammino e sostenerlo. Non incaricati rassegnati, ma missionari appassionati che hanno un fuoco dentro che li spinge a condividere ciò che amano, sperano, credono. Non bilanci, ma seminagioni».
Parole cui fa eco la relazione introduttiva di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana che parla di «aria di speranza e voglia di mettersi al lavoro».
«Anche il Sinodo sui Giovani ha prodotto 3 documenti e ormai abbiamo una piccola biblioteca di testi in cui la Chiesa ha espresso la convinzione che il Vangelo debba ancora essere offerto alle nuove generazioni».
Ma come? «Non è sufficiente la volontà di dire “annunciamo il Vangelo”. La questione educativa non è solo delle giovani generazioni, ma vi è una connessione stretta tra ciò che vivono i giovani stessi – che non sono una categoria a sé o protetta, una riserva di caccia – e la Chiesa nel suo complesso. La famosa “uscita” che chiede papa Francesco, specie in oratorio, ci viene incontro perché i giovani ci portano il respiro del mondo. Il Sinodo ci spinge a sentirlo. Troppo facile dire che l’oratorio non funziona più, perché il problema non è l’oratorio, ma siamo noi.
La progettazione – che non è un ambito per pochi specialisti, ma di discernimento per l’intera comunità – è la strada per stare in un tempo che ci chiede di rispondere».
Evidenti, d’altra parte, sono alcuni problemi oggettivi sottolineati da don Falabretti. «Nel momento in cui si dice che l’adolescenza si prolunga, non si può, a 16 anni, trasferire subito i nostri ragazzi (magari di colpo) nel gruppo giovani. L’adolescenza è un tempo che chiede attenzioni specifiche. Abbiamo bisogno di elevare le competenze educative, imparando ad esserci, facendo sentire loro una prossimità. Basti pensare alla rete che sta generando antropologie nuove e ai nuovi modi di entrare in relazione. Oramai tutti i nostri adolescenti sono nativi digitali».
E, ancora: «bisogna cercare di fare casa, e qui l’oratorio diventa cruciale, offrendo la possibilità di esperienze diverse, con mondi che devono imparare a dialogare tra loro. Questo vuol dire accettare di formarsi di più come educatori e lavorare insieme.
La comunità non sui cambia sulla carta, ma facendo cose insieme. Che la si chiami sinodalità o comunione, la necessità è che sia effettiva. Una Chiesa che si presenta come un Centro commerciale che si gioca sulla competizione manca l’obiettivo. Il modo di celebrare istruisce e fa la Comunità. Una buona progettazione deve prevedere anche una preparazione liturgica seria che abiliti i giovani a entrare nella celebrazione dell’intera Comunità.
«L’oratorio è stata una intuizione geniale che, in modo particolare nella nostra Diocesi ha messo radici. Di fronte al nuovo contesto socioculturale, sentiamo l’esigenza, come chiesa diocesana, di rilanciare la primaria vocazione educativa dell’oratorio ambrosiano, affinché questa realtà non venga appiattita su una dimensione esclusivamente funzionale», scandisce don Stefano Guidi direttore della FOM. «Proprio con la proposta di un Decalogo, l’Arcivescovo ci ha voluto ricordare che l’oratorio è per tutti, ha un indole primariamente popolare, al fine di insegnare a tutti i bambini ei ragazzi delle nostre comunità cristiane, la strada e il luogo più adatto per incontrare e conoscere Gesù e non soltanto un luogo dove si erogano servizi di custodia e di sostegno alle famiglie che volentieri ci affidano i loro figli».

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