Nel carcere di Bollate, l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione eucaristica della mattina di Natale. «La benedizione del Signore non è rinchiusa dalle pareti o dalle sbarre del carcere, arriva a tutti quelli che il Signore ama»

di Annamaria BRACCINI

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Il “Venite adoremus” che apre la Celebrazione della mattina di Natale, come avviene in migliaia e migliaia di chiese sparse nel mondo e che rende la Messa un momento offerto a tutti in modo uguale. Anche se l’Eucaristia che l’Arcivescovo presiede, appunto di prima mattina nel giorno della nascita del Signore, è in carcere. La Casa circondariale di Bollate – un esempio virtuoso nel panorama delle carceri italiane con i suoi 1470 reclusi, tra cui 150 donne e circa 40 condannati all’ergastolo – apre le porte. Ad accogliere il vescovo Mario ci sono il direttore, Fabrizio Rinaldi con la comandante degli agenti di Polizia penitenziaria e i cappellani, Don Antonio Sfondrini e don Fabio Fossati. Arriva anche il cardinale Francesco Coccopalmerio che celebra la Messa successiva.
A tutti si rivolge l’Arcivescovo nel teatro della struttura, dove trovano posto i detenuti, il personale e i volontari, il bel coro formato dai reclusi. «Siamo qui non per ricordare un fatto della storia, ma perché Gesù è presente», dice subito l’Arcivescovo.
«Nel Presepe ci sono spesso gli angeli della notte di cui ci parla la pagina del Vangelo di Luca, quelli che intervengono in qualche momento straordinario, quando il buio viene abitato dalla luce e la tristezza viene svegliata alla gioia; quando la monotonia della notte viene esaltata da una notte diversa da tutte le altri notte. Sono loro gli angeli dell’evento straordinario».
E ci sono anche gli angeli dei sogni, come si legge nel Vangelo di Matteo, «che sono quella ispirazione che aiuta a decidere nei momenti importanti, di fronte alle scelte difficili, come è stato per Giuseppe quando l’angelo dice di scappare in Egitto con Maria e il Bambino e quando annuncia di tornare, perché il re tiranno Erode è morto. Quando ci sono scelte importanti da fare – come è per ciascuno -, interviene l’angelo dei sogni che porta la parola di Dio per dire “non temere, decidi, cambia la tua vita, decidi la tua vita di famiglia”».
Ma l’angelo che il Vescovo vorrebbe mettere del presepe – lo sottolinea lui stesso – è l’angelo del mattino. «Non quello che brilla di luce, perché c’è già luce: un angelo un po’ ordinario, una presenza che neppure si nota, ma che è presenza amica che rivela che questo mattino è un buon mattino».
Insomma, l’angelo di tutti i giorni, «che non grida qualche annuncio straordinario, ma che semplicemente visita ogni giorno per dire che questo giorno può essere buono, che sia di sole o di pioggia, che si sia ristretti in carcere o che si abbia la responsabilità di una vita ordinaria. Aiuta anche quando uno si sente depresso, non vuole alzarsi, deve vedere persone antipatiche».
Da qui, la responsabilità di ciascuno: «Tu cerca di rendere buono quell’ambiente che sembra insopportabile. L’angelo del mattino è quello che dà valore a ogni singolo giorno con la possibilità di fare e di ricevere del bene. Che tutti abbiano la coscienza di questa presenza amica, della certezza che quando Gesù è entrato nella storia non si è trattato solo di un grande evento, ma è stato l’inizio di una storia nuova, di giorni e giorni, di secoli e secoli, in cui la Sua presenza ci è diventata familiare, perché è diventato un uomo come noi che ha imparato cosa vuole dire soffrire e fare festa. Per questo, noi, nei giorni di festa e in quelli della sofferenza possiamo dire, “anche questo giorno è di grazia, di bene, non perché tutto vada bene, ma perché io posso rendere questo giorno buono”. Buongiorno vuol dire un giorno che possiamo rendere buono. Ecco perché c’è l’angelo del mattino, perché ci aiuta a diventare figli di Dio. Gesù ha voluto realizzare la salvezza, non in un istante, ma in una storia, quindi, la nostra storia può diventare storia di salvezza».
E, alla fine, arriva ancora un augurio anche se – nota l’Arcivescovo – «un prete, un Vescovo, più che augurare deve benedire. Il vero modo della Chiesa di fare gli auguri, non è dire una parola, o dare una stretta di mano, ma è invocare la benedizione del Signore, la certezza che Dio è alleato delle persone benedette, quindi, di tutti noi».
Una vicinanza che si è manifestata nell’incarnazione di Gesù e che continua nella storia tutti i giorni con la presenza del Signore risorto.
«La benedizione del Signore non è rinchiusa dalle pareti o dalle sbarre del carcere, arriva a tutti quelli che il Signore ama. Attraverso voi benedico i vostri familiari, gli amici, le persone che vi sono care delle quali, forse, in un giorno come questo, si sente, più dolorosa, la lontananza. La consolazione che il Signore ci dà è che, pur separati fisicamente, siamo uniti da questo amore che ci ha qui radunati».
A tutti viene donata la Lettera scritta dal vescovo Mario e intitolata “Per te che passi il Natale in carcere”: «un piccolo segno per dire che il Vescovo di Milano è il vescovo di tutti».
«Io chiedo aiuto all’angelo del mattino, per seminare bontà con tutti e verso tutti, e chiedo anche il vostro aiuto, pregate per me».

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