Il credente di fronte alla prova e il caso emblematico della malattia di re Ezechia (Is 38,1-8)

di don Massimiliano Scandroglio
Docente presso il Seminario di Milano

Il re Ezechia
Il re Ezechia

Come discernere la voce di Dio in un passaggio della nostra storia così delicato come quello che stiamo vivendo? E cosa discernere di questa voce, capace di essere “lampada” per i passi dell’uomo e “luce” sul suo cammino (cf Sal 119,105)? Sono forse queste alcune delle domande più urgenti, che risuonano – in modo più o meno esplicito – nel cuore dei credenti, che con buone ragioni in questi giorni si sentono disorientati. Una suggestiva, anche se poco conosciuta, icona biblica, che in questo senso può essere di grande aiuto è quella della guarigione dalla malattia di re Ezechia, raccontata in Is 38.

Il grande sovrano di Giuda, celebre in particolare per le sue coraggiose riforme in campo religioso, cade vittima di una violenta malattia, la cui natura e le cui cause restano inespresse. Sembra che il libro di Isaia riconosca in questa condizione fisica del re una limpida rappresentazione della situazione di Gerusalemme e dei suoi abitanti: una comunità sotto assedio, minacciata dalle armate del re di Assiria, contro cui il popolo di Dio pare senza difese (cf capp. 36-37). La malattia mortale di Ezechia è la malattia della sua città e della sua gente. In un primo momento Isaia non sembra essere di grande conforto. Si limita, infatti, a dare conferma della gravità della patologia del re: Da’ disposizioni per la tua casa, perché tu morirai e non vivrai (v. 1). Pare non esserci speranza, ma Ezechia non si arrende; e da questa condizione di angoscia rivolge a Dio la sua preghiera: Signore, ricordati che ho camminato davanti a te con fedeltà e con cuore integro, e ho compiuto ciò che è buono ai tuoi occhi (v. 3). La preghiera, innalzata con sincerità e irrorata di lacrime, non rimane inascoltata, ed è lo stesso profeta a farsi annunciatore di questa svolta: Dice il Signore […]: Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco io aggiungerò ai tuoi giorni quindici anni. Libererò te e questa città dalla mano del re d’Assiria; proteggerò questa città (vv. 5-6). Nella liberazione di Ezechia è così rappresentata – quasi personificata – la liberazione anche di Gerusalemme (cf anche vv. 9-22).

È da notare come in questo testo la malattia di Ezechia non venga motivata. A differenza di tanti altri passaggi della Scrittura, dove esperienze tragiche della vita sono associate più o meno direttamente alla colpa commessa, qui la sventura che colpisce il re nella carne non ha apparente spiegazione; quindi, non può essere banalmente riconosciuta come castigo. Grazie anche alla voce profetica, invece, diviene occasione per una svolta nella vita di Ezechia, e in quella della comunità a lui affidata. Come segnalato poco fa, il primo intervento di Isaia non ha altro scopo, se non quello di aiutare il re a cogliere la serietà della propria condizione. Rimuovendo ogni infondata e illusoria speranza, Isaia aiuta il sovrano a guardare in faccia la realtà, suscitando in lui ciò che potremmo chiamare una vera “mozione interiore”: uno scatto del cuore, che consente anche a questo passaggio drammatico della vita di diventare incredibilmente e inaspettatamente fecondo. Ezechia riconosce che la vita – la sua, come quella di tutto il suo popolo – è nelle mani di Dio; è consegnata al suo giudizio e alla sua misericordia. Nelle sue parole non si intravvede smarrimento o paura, ma la coscienza di appartenere a qualcuno; e questo qualcuno non tarda a manifestarsi. Forse il vero motivo di consolazione dell’intera vicenda non sta tanto nella guarigione finale del sovrano e nella concessione di un prolungamento della sua esistenza terrena, quanto nel fatto che Dio anche in questa circostanza conferma di non essere insensibile al pianto e alla sofferenza dei giusti. Di fronte all’uomo che si volge con coscienza retta verso di lui, il Signore non resta indifferente.

Potersi volgere nuovamente e sinceramente verso Dio è forse l’opportunità bella e benedetta che ci è data in questo tempo doloroso di prova. Un potersi volgere verso Dio che non è gesto disperato, ma cosciente affidamento ad un Padre; un Padre, che non può restarsene indolente, perché sarebbe contro la sua stessa natura. In questi giorni suscita tanta commozione pensare a quante famiglie, nella discrezione della loro abitazione e in comunione con i loro preti – anche grazie ai tanti strumenti che la tecnologia mette a disposizione – tengono rivolto il loro sguardo, e quello di tutta la Chiesa, verso quel Dio che è Padre, il Dio di Gesù. E questa è una buona notizia (un “evangelo”), che merita di essere celebrata!

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