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Nota

Oratorio, accogliere ragazzi di altre fedi non indebolisce l’identità cristiana

L’esperienza di Baggio non è una forma di sincretismo - dal quale il documento diocesano «Fede e accoglienza» mette in guardia -, ma di apertura all’altro che nasce dalla carità apostolica

12 Giugno 2026
Foto Fom

In riferimento a quanto riportato da alcuni organi di stampa riguardo all’accoglienza dei ragazzi musulmani all’oratorio di Baggio, sembrano utili alcuni punti di chiarimento, per comprendere il senso e i criteri pastorali che guidano queste scelte.

L’oratorio resta un luogo cattolico, con una chiara identità confessionale, e nessuno intende metterla in discussione. Come ricorda il documento della Diocesi Fede e accoglienza, redatto dal Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo, dalla Fom, dall’Ufficio per la Pastorale dei Migranti e dalla Caritas Ambrosiana, l’oratorio «non è casa di tutti, ma casa aperta a tutti». La distinzione non è di poco conto.

Il mandato evangelizzatore rimane al cuore dell’identità cristiana. Ma proprio il Concilio Vaticano II, nella dichiarazione Nostra Aetate, ha insegnato che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni, pur annunciando che Cristo è «via, verità e vita». Accoglienza e annuncio non si contraddicono: l’una prepara il terreno all’altro, quando è vissuta autenticamente.

C’è poi un aspetto che vale la pena considerare. La presenza di ragazzi e giovani di altre fedi in oratorio non indebolisce l’identità cristiana di chi li accoglie: al contrario, può diventare occasione per riscoprirla più in profondità. Il teologo padre Maurice Borrmans ha parlato a questo proposito di emulazione spirituale: l’incontro con chi vive con convinzione la propria fede religiosa, e spesso i ragazzi musulmani mostrano una consapevolezza religiosa non comune, può risvegliare nei giovani cristiani il desiderio di approfondire e vivere più seriamente la propria tradizione.

Sul tema della preghiera, è importante evitare ogni semplificazione. Con i musulmani condividiamo elementi significativi: la fede nel Dio unico, creatore di cielo e terra, il senso della preghiera, del digiuno, della carità. Lo stesso Concilio Vaticano II, in Nostra Aetate, riconosce questi elementi comuni con rispetto e stima. E tuttavia non si può arrivare a una semplice equiparazione che misconosca differenze sostanziali: per noi cristiani, il volto definitivo di Dio si rivela in Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, nel quale Dio ha parlato in modo pieno e irrevocabile. È una differenza che non può essere considerata un semplice dettaglio aggiuntivo, e che il dialogo autentico non cancella, ma custodisce con rispetto da entrambe le parti.

Il documento diocesano è del resto esplicito nel mettere in guardia da ogni forma di sincretismo. Ciò che prevede, in contesti particolari e maturi di scambio interreligioso, è la possibilità che i ragazzi di altra religione abbiano un momento di preghiera proprio, guidato da adulti della loro comunità, in spazi appositi come il salone o il campo all’aperto. Si tratta di momenti non alternativi ma aggiuntivi, e inoltre saltuari: non si intende introdurre un elemento stabile nell’esperienza oratoriana, ma prevedere occasionalmente spazi rispettosi per chi appartiene a un’altra tradizione religiosa. Il documento sottolinea infatti che «l’oratorio ritiene la presenza di ragazzi di altre confessioni ai suoi momenti di preghiera e condivisione spirituale cristiana come momento formativo importante, anche in vista della costruzione di una società multireligiosa matura e rispettosa».

L’apertura all’altro, dunque, non nasce da ingenuità né da indifferenza verso la fede, ma come ha scritto Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam Suam, dall’impulso stesso della carità apostolica: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere». Un dialogo che, lungi dall’attenuare la verità, è chiamato a testimoniarla con mitezza e con credibilità.