«Ho sentito di dover ringraziare per questa opportunità: a mio parere ha rappresentato un momento particolarmente affine allo spirito sinodale, proprio in quanto ha fornito a tutti la possibilità di una bella conversazione. Non una discussione, ma una conversazione che predilige l’aspetto della pluralità che converge in una coralità. L’Arcivescovo stesso ha usato la metafora di una sinfonia con le prove che la precedono».
Don Alessandro Noseda, sacerdote dal 2000, Decano del popoloso Decanato milanese di Turro – oltre 112 mila abitanti -, spiega con queste parole il senso del suo intervento alla Sessione plenaria dei Consigli diocesani svoltasi a Rho.
Durante la Sessione di quale gruppo di lavoro ha fatto parte?
Ci siamo occupati di riflettere sulla sinodalità all’interno della situazione delle città: infatti, in una Chiesa che va dalla metropoli alle valli, le condizioni dei territori in cui ci troviamo a operare sono molto diverse. Ci siamo quindi soffermati sulla partecipazione e sulla guida di una grande comunità come può essere il Decanato Turro, che non è stato accorpato ad altri perché storicamente già molto esteso.

L’Arcivescovo ha detto che vorrebbe dedicare la Proposta pastorale 2026/2027 ai temi emersi nell’assise congiunta. Secondo lei, a che punto siamo nell’itinerario di una concreta realizzazione di forme di sinodalità? C’è ancora tanto da lavorare?
Io credo di sì. In questa fase di ascolto e, appunto, di conversazione, al di là delle direttive, ritengo che ci siamo resi conto dell’importanza di aprire spazi per lasciar operare lo Spirito. Una conversazione necessaria, che parte da un’istanza nuova, evidenziatasi nella Chiesa universale, italiana e diocesana. Una fase che ha bisogno dei suoi tempi e non offre soluzioni immediate perché fermarsi alla superficialità non serve. L’Arcivescovo lo sta dicendo da tempo, anche a noi presbiteri: proprio le sue Proposte pastorali aprono prospettive chiaramente di tipo sinodale e spazi di lavoro. Anche per questo credo che lo si debba ringraziare.
Quali?
Penso, per esempio, all’invito di monsignor Delpini a considerare semplicemente, nella sua grandezza, l’anno liturgico come laboratorio e riferimento imprescindibile della vita della nostra Chiesa. Tutto questo mi pare il terreno propizio per continuare una discussione già molto ben avviata e che si arricchisce di quella conversazione nello Spirito a cui ho fatto cenno. La metafora da lui utilizzata, quella di una concertazione che deve ancora trovare alcune forme attuative, credo che ci confermi in un percorso virtuoso. Adesso siamo in una fase di “prove d’orchestra”, per così dire; ma io sono assolutamente convinto che questa discussione si possa definire ulteriormente per aprire nuove riflessioni. A tale proposito vorrei dire che abbiamo un grande bisogno di comunicazione – e mi pare che questo sia esplicitamente emerso anche durante la prima restituzione dei lavori di gruppo offerta all’assemblea plenaria – e di collaborazione.




