Nella Messa della mattina di Natale, presieduta presso la Casa circondariale di San Vittore, l’Arcivescovo ha richiamato la speranza che viene dal Natale per chi è nel buio, per le mamme e le famiglie, per i bimbi

di Annamaria Braccini

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Chi non vede la fine della notte, le mamme che sentono i figli troppo lontani, i bambini che sanno aspettare, non i regali di Babbo natale, ma che papà e mamma siano insieme e si vogliano bene.
Li immagina, così, l’Arcivescovo, coloro a cui è mandato l’annuncio del Signore che si fa uomo e che nasce per la salvezza di tutti gli uomini. E, così, quel venire al mondo diviene, nella Rotonda della Casa circondariale di San Vittore – con una ottantina di detenuti raccolti attorno alla semplice tavola che fa da altare e molti altri che partecipano alla Messa dai raggi -, quasi un racconto.
Racconto che non è una favola, però, specie se le parole del vescovo Mario risuonano, nella prima Eucaristia da lui presieduta la mattina del giorno di Natale, appunto, in un carcere “popolato” da 900 detenuti e 80 recluse, di molte nazionalità diverse e quasi tutti in attesa di giudizio.
La Rotonda con il bel presepe e tanti angeli, sovrastato dal cartiglio, “Ho visto angeli così, angeli di Natale”, circonda, con particolare suggestione, la piccola statua di Gesù Bambino posta ai piedi dell’altare, che l’Arcivescovo svela all’inizio della Celebrazione. Eucaristia, concelebrata dal cappellano don Marco Recalcati, dal parroco della parrocchia di San Vittore, don Gabriele Ferrari e ad altri presbiteri. Non manca il Diacono permanente Maurizio Bianchi, che opera da tempo nella struttura. Partecipano la Rito il direttore del penitenziario, Giacinto Siciliano, il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna De Rosa, molti agenti di polizia penitenziaria, i preziosissimi volontari. Animano la liturgia, il cappellano don Roberto Mozzi, i tre seminaristi di IV Teologia, che svolgono servizio nel penitenziario, il coro Shekinah, tradizionalmente sempre presente.
Il saluto di benvenuto e porto da un detenuto, Giovanni, che dice: «Grazie per essere in mezzo a noi. La sua presenza è di grande conforto, anche per chi non è visitato, oggi, da nessuno e sente la solitudine e il bisogno di una parola di speranza».
«Celebriamo il mistero del Natale, non come una rievocazione di buone intenzioni o di buoni sentimenti di quando eravamo bambini, ma con il desiderio di essere figli di Dio», sottolinea il Vescovo che, nell’omelia, “disegna”, quasi plasticamente, il Natale di Gesù.
«Possiamo immaginare che la nascita di Betlemme, questo evento atteso da Israele e promesso dai profeti, sia stato preparato dal Padre che sta nei cieli. Ma a chi annunciare la nascita del Salvatore e come farlo sapere agli uomini?».
A qualcuno – esattamente come avviene nel Terzo millennio per “i grandi eventi” -, sarà parso utile «mandare gli angeli ai potenti della terra, in casa dell’imperatore e del re, perché anche i loro popoli siano condotti alla capanna di Betlemme e tutti facciano festa». Ma, forse, «i potenti della terra pensano che sono loro i salvatori, i benefattori e possono essere disturbati da una nascita che sarà piuttosto temuta che festeggiata»
Perché non portare l’annuncio ai sapienti «che aiuteranno a capire la verità e la risposta all’attesa di salvezza di ogni popolo»?
Ma al Signore anche questa non sarà parsa «una buona idea, perché i sapienti credono e sono convinti di aver già capito tutto. Saranno scettici e sospettosi, perché, avendo letto i libri e ascoltate le tradizioni, si sono fatti l’idea che la più alta sapienza sia non credere a niente».
E, ancora, mandare gli angeli «ai ricchi che metteranno a disposizione i loro palazzi e si organizzeranno grandi celebrazioni»?
«Ma Dio ha detto: non è una buona idea: i ricchi sono ricchi perché tengono per sé quello che hanno guadagnato e di cui si sì sono impadroniti».
«Gli angeli, ha proposto ancora qualcuno, dovrebbero andare dai Pastori, perché chi abita nelle tenebre farà festa quando vedrà la luce, chi sperimenta il pericolo farà festa quando sarà annunciato il Salvatore».
Finalmente l’idea giusta. «Portare l’annuncio a coloro che soffrono per una notte troppo lunga, oscura e hanno l’impressione che i giorni non passino mai. I carcerati che aspettano la liberazione, i malati, la guarigione, i Pastori, il mattino. Portarlo alle madri afflitte per i figli che non vedranno neppure a Natale, per quelli che si sono messi su una strada cattiva. Le madri che hanno lacrime che il Signore asciuga. Nessuno è perduto – per la propria mamma e per la misericordia di Dio – per quanto male abbia fatto».
E, così, «gli angeli devono andare dai bambini poveri e tristi, che non fanno capricci per i regali, che credono a Babbo natale o a qualche Gesù bambino che porta doni, ma credono che il papà, anche se in questo Natale non è in casa, tornerà. I bambini che asciugano le lacrime con la vicinanza dei loro genitori, anche se sono imperfetti, ma resi buoni e necessari dalle tribolazioni e tengono unita la famiglia. Così la terra si prepara ad aspettare il Natale e il suo dono».
Poi, i tanti momenti della Celebrazione con l’Arcivescovo che scambia con molti reclusi il segno della pace e che porta la comunione tra di loro.
Infine, sono la presidente De Rosa e il direttore Siciliano a ringraziare «per un messaggio estremamente semplice, ma importante in un contesto, invece, difficile. L’augurio per il Natale è che questo possa il luogo dove migliorare, riposizionarsi per tornare a essere protagonisti, ciascuno della propria vita, ritrovando gioia, forza e mettendo a frutto quanto ci ha detto, incontrandoci in Duomo nella IV Domenica dell’Avvento Ambrosiano. Il suo – ricorda Siciliano rivolgendosi all’Arcivescovo è stato un richiamo alla nostra responsabilità. Cosa che cerchiamo di mettere in pratica ogni mattina».
«Il Natale non sia una cura palliativa per dimenticare il buio della vita. Il Natale è perché noi diventiamo buoni, questa sia la benedizione del Signore. Quando qualcuno è benedetto da Dio diventa benedizione per chi lo incontra. La benedizione del Signore sia l’augurio più bello e la capacità di cambiare la vita», conclude il vescovo Mario che visita, in seguito, alcuni reparti del carcere, tra cui quello clinico.

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