L’Arcivescovo ha presieduto la tradizionale celebrazione eucaristica presso la parrocchia cittadina di Santa Maria di Lourdes, nella Giornata Mondiale del Malato. «Ciò per cui vale veramente vivere è la gioia, la pace, la giustizia, la carità»

di Annamaria BRACCINI

Santa Maria di Lourdes

«Nella città delle apparenze, delle solitudini, degli scarti, nella città dei potenti, si diffonde oggi come una musica lieta, il cantico di Maria». Lei, la piccola donna di Nazaret che, agli occhi del mondo, non valeva niente e che pure si rallegra perché sa «che ciò che conta è lo sguardo del Signore». E, così, possiamo fare anche noi quando (spesso) ci sentiamo inutili e non amati, perché la speranza è sempre possibile quando si guarda con occhi nuovi la realtà: con uno sguardo toccato dal Signore. È questo l’invito che l’Arcivescovo rivolge ai malati, ai volontari, ai fedeli riuniti nella parrocchia di Santa Maria di Lourdes. La presenza contingentata nei numeri (la Messa è, comunque, trasmessa anche in streaming, venendo incontro alle richieste dei tanti che non hanno potuto essere in chiesa) non cambia il “cuore” con cui si vive questa Celebrazione. La più tradizionale tra le diverse Eucaristie che si svolgono l’11 febbraio alla “Madonna di Lourdes”, da sempre molto amata dai milanesi che accendono ceri e candele presso la grotta ricostruita, identica a quella di Massabielle, presso la Basilica.
Il parroco, don Maurizio Cuccolo, che concelebra unitamente ad altri presbiteri tra cui don Marco Cannavò, cappellano del vicino ospedale dei Bambini “Vittore Buzzi”, rivolgendo al Vescovo «il saluto affettuoso e riconoscente della comunità», dice.
«È passato un anno da quando abbiamo celebrato questo anniversario. Non potevamo immaginare quello che poi, dopo poco, è accaduto. Risuona, allora, quella sfida, “ero malato e siete venuti a visitarmi”, nel dramma di chi, magari, è morto senza poter ricevere la visita dei propri cari. Siamo tutti, oggi, un poco claudicanti, ma non è venuto meno, durante il cammino, il cuore. Chiediamo a Dio che questa pandemia non ci faccia regredire ulteriormente verso l’individualismo, ma ci renda fratelli per trovare insieme le vie della comunità e della pace».
Da 3 immaginarie (ma tanto concrete) figure – la malata Giuseppina, l’anziano nonno Antonio e Fabrizio, rimasto senza lavoro – e dal loro chiedersi se non contino più niente, si avvia la riflessione dell’Arcivescovo. Umiliati dalla malattia, dalla solitudine, per figli e nipoti che non hanno tempo per una visita, dalla condizione di disoccupazione, «dopo una vita di lavoro onesto», sono loro il simbolo di tante altre povertà materiali e spirituali che popolano – in modo spesso invisibile – le nostre strade. «Abitano in città solitudini e malattie, risorse scartate e persone ignorate», sottolinea il vescovo Mario, richiamando le parole di Papa Francesco nel suo Messaggio per la XXIX Giornata mondiale del malato. Come scrive il Papa: “La malattia impone una domanda di senso, che nella fede, si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza e che a volte non può trovare subito una risposta”. «Del resto, viene per tutti un momento in cui il pensiero di non valere niente, di non essere interessante per nessuno, semina tristezza nell’animo», aggiunge l’Arcivescovo che osserva. «Quello che vale sembra l’efficienza, la capacità di fare, di fare bene, di fare in fretta. Quello che vale sembra la ricchezza, il poter fare, andare, comprare, mostrare i segni di quanto uno possiede. Quello che vale sembra il potere, poter decidere, poter dare valore o toglierlo a una persona, a un gruppo, a un’iniziativa».
Eppure, è qui, nella città delle apparenze, delle solitudini e dei potenti, «che si diffonde oggi come una musica lieta, il cantico di Maria».
Maria – e con Lei tutti i “piccoli” come testimonia santa Bernadette Soubirous – rivela che ciò che viene esaltato nella città delle apparenze, ciò che viene desiderato nella città della ambizioni, ciò che rende superbi e prepotenti è destinato a finire nel niente. Quello che vale, quello che realmente conta, quello che dà veri motivi per cantare è lo sguardo di Dio, è l’opera di Dio, è la sua benedizione. La dignità, il valore di ogni persona è nella relazione con Dio, nell’essere in Gesù Cristo, benedetti da Dio».
Le grandi opere di Dio, insomma, si compiono in e per tutti: per quelli «che possono fare molto, che hanno tante risorse, salute, talenti» e in quelli «che non possono fare niente, che sono malati, che sono anziani, che sono costretti all’inattività». Dio dona le stesse opere, «la gioia, la pace, la giustizia, la carità». E questo sempre, quando donne e uomini «sono sani e quando sono malati, quando sono tra i potenti della terra, o tra gli umili. Sempre, infatti, si può sorridere, si può pregare, si può perdonare, ascoltare, consigliare». In una parola, «sempre si può amare».
Poi, al termine della Celebrazione, la benedizione con il Santissimo Sacramento, portato tra le mani dall’Arcivescovo che percorre l’intera navata centrale, arrivando fino all’esterno della chiesa, da dove tanti fedeli hanno partecipato alla Celebrazione.

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