All’avvio dell’anno oratoriano la testimonianza di don Emmanuel Santoro, impegnato nella Pastorale giovanile della Comunità pastorale Paolo VI, nel Centro storico di Milano

di Luisa BOVE

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Don Emmanuel Santoro

Don Emmanuel Santoro, ordinato due anni fa, è impegnato nella Comunità pastorale Paolo VI del Centro storico di Milano, che comprende le parrocchie di San Marco, San Simpliciano (dove risiede), Santa Maria Incoronata e San Bartolomeo. Cosa significa fare oratorio nel cuore di Milano? «Puntare sulle relazioni – risponde il giovane prete -. Nel cuore pulsante della città dove siamo noi, dove c’è la movida, vuol dire richiamare l’attenzione sui valori fondamentali della vita, quindi sulle relazioni, il sapore buono della vita, per creare comunità. Chi abita in centro è abituato ad avere una vita frenetica (palestra, corsi di inglese…), ma per noi vuol dire prendersi il tempo per vivere la comunità, per respirare il profumo del Vangelo».

E poi?
Andare a cercare chi da tempo si sente lontano. Andare a risvegliare le domande. E questo si fa nei piccoli e nei grandi. Abbiamo tanti bimbi che si iscrivono al catechismo (130 per anno) e l’oratorio è popolato, poi quando crescono fanno esperienze internazionali (come l’Erasmus), però vuol dire andarli a cercare. C’è un bel giro di giovani che ruotano attorno alla parrocchia, a progetti di carità, iniziative musicali… Vuol dire essere sempre in movimento e creativi, non tanto per trovare la proposta nuova, ma perché bisogna ascoltare lo spirito di dove si abita, per essere incarnati veramente.

L’esperienza oratoriana riesce a incidere sulla vita dei ragazzi? L’oratorio non è uno dei tanti impegni?
Il rischio c’è, ma se si vive l’oratorio come esperienza di una famiglia, di una comunità in cammino dietro al Maestro, allora si capisce che quello che fa si inserisce in un progetto più ampio. Secondo me questo incide davvero, perché si crea un ambiente tale per cui si vive l’oratorio, ma anche il quartiere. A Brera si vive ancora l’esperienza di quartiere: se vado a prendere un caffè, sembra strano, ma mi salutano, allora vuol dire fare l’oratorio anche fuori. Essendoci tante altre proposte in centro, anche mondane, chi viene in parrocchia ha un livello di impegno e di convinzione maggiore. Questo a volte fa lavorare meno sui numeri e più sulla qualità.

Se i ragazzi vanno via nel week-end non rischiano la poca affezione verso la comunità?
Il rischio è che qui la domenica siano tutti a Saint Moritz o in altri luoghi, però basta un po’ di programmazione: quando ci sono le “Domeniche insieme” lo segnano sul calendario e vengono. C’è da dire che tante mamme e papà hanno davvero carichi importanti di lavoro. Anche Natale e Pasqua sono celebrazioni poco popolate, non per meno affezione, ma per uno stile di vita differente. Qui va molto la comunicazione social, è una comunità dove tutti i genitori sono connessi 24 ore su 24. Quando faccio una diretta su Instagram, un incontro o una proposta, lo vedono subito tutti. È una comunità viva, se si passa il sabato pomeriggio e in settimana ancora di più, si vedono tanti bambini, a catechismo ne abbiamo 130 per anno, poi c’è il gruppo medie, adolescenti, universitari, abbiamo costituito una band, organizziamo concerti. La sera della festa dell’oratorio faremo un concerto classico con un papà che è pianista della Scala, altri due sono speaker di radio Rtl e mi danno una mano perché capiscono il valore della comunità».

 

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