La figura e l’opera del futuro santo papa Paolo VI, sono state al centro dell’incontro che, a “Tempo di Libri”, ha visto la presenza dell’Arcivescovo in dialogo con la storica Giselda Adornato. «L’esperienza ambrosiana fu per Montini campo sperimentale di tipica e positiva importanza»

di Annamaria BRACCINI

Montini Tempo di Libri

Si parla del futuro santo Giovanni Battista Montini-Paolo VI a “Tempo di Libri”. E non potrebbe, forse, essere altrimenti nella giornata in cui il suo attuale successore sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo, arriva alla grande Fiera Internazionale per prendere parte a uno dei eventi clou attraverso i quali si riflette su Milano.
Nell’incontro, moderato dal giornalista Alessandro Zaccuri, a dialogare con l’Arcivescovo è Giselda Adornato, consultore storico della Congregazione per le Cause dei Santi (prima donna a stendere una “Positio super Vita et Virtutibus”, appunto, per Montini), assoluta conoscitrice della figura montiniana e, in specifico, degli anni milanesi.
Si inizia con un ricordo suggestivo, facendo memoria delle visite che l’allora Pastore ambrosiano faceva annualmente alla Fiera Campionaria (nei cui spazi è ora Fiera Milano City che accoglie la kermesse libraria) e ai lavoratori che vi erano impegnati. Immagine di una Milano a cavallo del boom – Montini fu alla guida della Diocesi dal 1955 al 1963, prima di essere elevato al Soglio di Pietro – non più rinnovabile, ma che dice molto del clima in cui si trovò a operare quello che veniva definito “l’Arcivescovo dei lavoratori”. E che, come è ovvio, fu molto di più: uomo di instancabile passione pastorale e culturale, attento osservatore della realtà del suo tempo, profetica guida di una “Milano che non dà tregua”, come scrisse nel 1959. Ripercorrendo la ormai leggendaria Missione di Milano del 1957 che «resta la più grande mai predicata nella Chiesa cattolica, con 302 sedi di predicazione parrocchiali, 720 corsi predicati da 18 vescovi, 83 sacerdoti, 300 religiosi», Adornato delinea alcuni punti di continuità tra l’Episcopato e il Pontificato di Montini. Come la premura, ma sarebbe meglio dire “ansia”, per la trasmissione della fede e per edificare una Chiesa di popolo – come dimenticare i suoi tanti appelli ai “fratelli lontani” e a chi non crede –; la consapevolezza del proprio ruolo vissuta con umiltà e fortezza, non a caso le due virtù eroiche emerse più spiccatamente nel Processo di Canonizzazione; la tensione all’evangelizzazione, portata da Pastore ambrosiano in ogni angolo della metropoli e dell’intera Diocesi e, come Pontefice, ovunque nel mondo, visitando, per primo, ogni Continente. Montini innamorato della Chiesa e appassionato dell’umanità, come si rese evidente nel tempo del Concilio, di cui fu grande “timoniere”, per usare le parole di papa Francesco. E, ancora, l’ecumenismo, con il famoso abbraccio portato al patriarca Atenagora; la cura per la vita che gli costò durissime critiche nel 1968, alla promulgazione dell’Enciclica Humanae Vitae; l’azione continua per la promozione dell’uomo, basti pensare alla Popolorum Progressio e della pace – le sue parole “Mai più la guerra”, pronunciate all’Assemblea generale dell’Onu nel 1965, paiono risuonare ancora ̶ ; la comunicazione della gioia del Vangelo, specie ai giovani. «L’esortazione Gaudete in Domino, il primo documento ufficiale della Chiesa sulla gioia cristiana, è dedicato ai giovani. Proprio perché li conosce, il Papa può inquadrare positivamente anche la contestazione del ‘68 e non averne paura. Loro sono il domani della Chiesa, devono con coraggio portare il Vangelo a tutti gli uomini: questo dice Paolo VI alle migliaia di ragazzi che partecipano alle sue ultime Udienze delle domeniche delle Palme, prodromo delle Giornate della Gioventù», conclude la studiosa. E, così, il pensiero va veloce alla ventilata ipotesi che la Canonizzazione avvenga al termine del Sinodo dei Vescovi sui giovani del prossimo autunno.
Se Paolo VI osserverà che l’esperienza milanese è stata per lui “campo sperimentale di tipica e positiva importanza pastorale”, quello che disegna monsignor Delpini è un affresco a rapide pennellate perché, come spiega subito, «pur nella situazione di irrimediabile lontananza, i testi montiniani offrono pagine commoventi, intense, penetranti che hanno alimentato non solo il pensiero, ma un coinvolgimento affettivo nella mia vita di fede, nella mia immagine di prete, nella mia pratica di Ministero».
E proprio dalla scrittura finissima e accurata del predecessore e dal suo coinvolgimento nella stesura di documenti e lettere, si avvia l’analisi. «Ritengo che, per Montini, scrivere personalmente i testi destinati alla predicazione o alla pubblicazione, fosse un esercizio spirituale: non solo una ascesi per servire i destinatari, ma anche una docilità alla penna che, scavando, fa zampillare le parole con vivacità e freschezza Per questo gli scritti sono testimonianza di uno scavo che arricchisce la sua espressione rendendola intensa e commovente».
Uno scrivere e un esprimersi, quelli del futuro santo, che furono sempre ricchi di punti interrogativi, i quali, al di là della loro funzione retorica, indicano, per Delpini, qualcosa di assai più profondo. «Domanda come segno di un’anima che cerca, di un’intelligenza che continua a farsi interrogare dalla realtà. È questo che ha fatto il Concilio sotto la sua giuda, scavando nella dottrina della Chiesa, facendo sgorgare l’acqua fresca».
Una parola, uno sguardo, insomma, “amico” che egli rivolge al mondo contemporaneo (ancora torna il riferimento alla Missione cittadina del 1957) che arriva, attraverso gli anni conciliari, a una «vera e propria simpatia», pur nella consapevolezza delle tante difficoltà del tempo moderno e, soprattutto, del drammatico fossato che si andava creando tra fede e vita, già segnalato negli anni Trenta del secolo scorso dal Papa allora giovane assistente ecclesiastico della Fuci.
«Nella valutazione del suo tempo, Montini non nasconde la rilevazione di aspetti problematici e di sfida formidabili per la Chiesa, per la coerenza della vita cristiana e per il Ministero dei preti. Tale valutazione, tuttavia, non lo convince a una rassegnata ritirata per la sopravvivenza, ma piuttosto all’audacia della missione, non solo nella grande iniziativa della “Missione di Milano”, ma nella più ordinaria interpretazione della presenza della Chiesa come presenza missionaria». Quella presenza che ancora oggi anima la Chiesa di Milano, il cui Vescovo dice: «In questa fiducia, di questo desiderio di alleanza noi siamo eredi e vorremmo essere continuatori».

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