Trentenne commercialista impegnato in politica e nella comunità ecclesiale, riflette sulle attese suscitate dal Sinodo, sull'importanza di figure di riferimento e su cosa chiedere alla Chiesa per essere davvero "cristiani in uscita”: «Ampliare gli orizzonti e far nascere qualcosa di nuovo»

di Claudio URBANO

Francesco Migliarese Cropped

Di cosa hanno bisogno i giovani oggi? È vero che alla Chiesa chiedono figure in grado di essere punti di riferimento? E come la buona notizia del Vangelo può essere comunicata nel modo più diretto, efficace, anche in un contesto complesso come quello attuale? Alcune domande affrontate nel Sinodo in corso a Roma sono le stesse che stanno a cuore a molti giovani. Ne abbiamo parlato con Francesco Migliarese, trentenne milanese che, come molti coetanei, è un esempio di “cristiano impegnato”: commercialista di professione, consigliere di Zona a Milano, con alcuni amici ha fondato l’associazione “Milano per Giovanni Paolo II”, per proporre e riscoprire l’esempio di santità del Papa polacco.

Riassume le attese dei giovani verso la Chiesa nell’annuncio «di una fede semplice, essenziale, esigente», da cui emerga con chiarezza che l’esperienza cristiana aggiunge e non toglie bellezza alla vita. Da qui il desiderio, come quello di tanti altri giovani, di dire la sua sul Sinodo, nel timore che, all’esterno, possa apparire solo una sede dove ci si concentra su analisi, discorsi, sfumature. «Ho letto però il discorso di apertura di papa Francesco ed è straordinario», precisa, segno che si può vedere il bicchiere mezzo pieno, anche rispetto alla Chiesa: «Per quella che è la mia esperienza è ricchissima di generosità, di iniziative, di inventiva, e io ho incontrato persone piene di fede, realizzate».

Come è emerso anche nella preparazione all’assemblea dei vescovi, infatti, i giovani cercano nella Chiesa modelli carismatici, «persone in carne e ossa che facciano sperimentare che è bello dire di sì a Cristo», sottolinea Migliarese, che spiega di aver trovato nel proprio percorso di fede figure di riferimento in occasioni molto diverse, dagli anni delle superiori alle scuole del Faes, dalla parrocchia di Sant’Ambrogio durante l’università fino alla figura di un padre barnabita. «È vero – ammette -, i giovani sono tanti e i preti pochi, ma è fondamentale per un giovane trovare qualcuno con cui riflettere sulle scelte di vita: una persona che trovi tempo ed energie per ascoltare chi ha davanti, che possa accompagnarlo con benevolenza. Nella nostra esperienza di associazione, per esempio, siamo rimasti conquistati dall’aver incontrato “don” Mario Delpini ancor prima che fosse nominato Arcivescovo: con una semplicità e una profondità disarmanti si è messo in dialogo con noi ed è stato sempre convincente, rimanendo se stesso, senza il bisogno di particolari discorsi. In gita in montagna o in pellegrinaggio ci ha insegnato cosa vuol dire entrare in un rapporto, costruirlo e mettere al centro la fede. Ultimamente gli abbiamo regalato un paio di scarponi per le prossime camminate…». Ma figure di riferimento si trovano anche tra le persone non consacrate: «Io ho l’esempio dei miei genitori, ma si potrebbero proporre di più figure di santi sposati, o che si sono dedicati alla professione».

Cosa dovrebbero comunicare i sacerdoti? Migliarese ribadisce che non dovrebbero aver paura di andare all’essenziale, ai fondamenti, anche a costo di apparire scomodi. A suo avviso la sfida per i giovani è soprattutto quella della coerenza: «Ai giovani si dovrebbe proporre, senza reticenze, che per seguire Gesù qualche passo bisogna farlo, che una lotta per raggiungere una coerenza di vita poi dona grandi frutti». Un esempio? «Si potrebbe insegnare di più la preghiera, un aspetto su cui si insiste poco, forse perché si pensa che le persone abbiano poco tempo da dedicarvi».

La proposta del Vangelo sfida poi a mettersi in moto. Come – citando papa Francesco – non restare giovani da divano? Secondo Migliarese si può raccogliere questa sfida già cercando «di non occuparsi solo del proprio orticello e del proprio benessere personale. Anche se ciò spesso non avviene per cattiveria, quanto perché il contesto cittadino e lavorativo è talmente impegnativo da non lasciare altre energie. Credo che serva fare scelte di vita che consentano di avere qualche energia per momenti di incontro, per iniziative da condividere, che possono diventare lo spunto anche per un impegno comune». Essere cristiani “in uscita” – chiarisce Migliarese – soprattutto in una realtà come Milano, molto concentrata sul lavoro, può dunque tradursi semplicemente nel curare le relazioni, con scelte «che amplino un po’ gli orizzonti, e che possono aiutare anche a creare un contesto più vivibile».

Una sfida non semplice, soprattutto per chi inizia ad affrontare il mondo del lavoro, rischiando di esserne fagocitato. La Chiesa può essere di aiuto? «Innanzitutto – chiede Migliarese – è necessario che i sacerdoti e i vescovi abbiano una conoscenza il più possibile concreta e reale di cos’è il mondo del lavoro oggi, per capire cosa vivono i giovani» e quindi, eventualmente, poterli seguire e consigliare.

E i giovani, cosa possono fare per la Chiesa? Migliarese richiama l’invito di papa Francesco alla Giornata mondiale della Gioventù di Rio: «Hagan lío!», «Fate chiasso!», invito che per lui e altri amici è stato l’ispirazione a far nascere l’associazione dedicata a papa Wojtyla. I giovani – conclude – devono “tenere” un po’ di energie per incontrarsi e far nascere qualcosa di nuovo, negli ambiti più diversi e anche all’interno della Chiesa».

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