Nella VI domenica dell’Avvento ambrosiano, in Duomo, l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione eucaristica nella Solennità della Divina Maternità della Beata Vergine Maria. «Nell’adempimento della sua vocazione, dobbiamo riconoscere che anche il nostro compimento»

di Annamaria Braccini

delpini avvento 2017 (H)

Il compimento della vocazione di Maria e il compimento che riguarda tutti noi, uomini e donne avvolti dalla gloria di Dio.

Nella VI e ultima domenica dell’Avvento ambrosiano, si celebra, con la Messa presieduta dall’Arcivescovo in Duomo, la Solennità della Divina Maternità della Beata Vergine Maria.

E, così, l’omelia, a partire dal Vangelo di Luca con l’annuncio dell’Angelo, si fa riflessione sul senso del compimento della vita, delle domande, di ciò che si ha nel cuore.

Il percorso, suggerito dal vescovo Mario, va dal turbamento, che sempre accompagna un annuncio grande, al “non temere”, fino, appunto, al compimento delle scelte che si possono fare e delle vocazioni che si possono vivere.

«Maria fu molto turbata. Il suo turbamento non è per l’irrompere, come fosse un disturbo alla sua vita ordinaria o un’invadenza nella sua libertà; non è quel genere di turbamento che può immaginarsi il fantasticare, un poco arbitrario, dei moderni. Il turbamento di Maria è per un saluto troppo solenne, per una parola troppo importante per essere rivolta a una ragazza così ordinaria di un villaggio così ordinario, un annuncio troppo evidentemente riferito al compiersi delle promesse di Dio e ai tempi messianici. Insomma, un annuncio che è troppo grande per una persona troppo piccola».

Ma, insieme, arriva anche la promessa dell’accompagnamento. Come a dire, «il cammino non è per eroi solitari inviati per missioni impossibili, ma è la docilità allo Spirito che abilita a compiere le opere di Dio».

Infatti, «la vocazione che viene da Dio non è un progetto personale costruito sulle previsioni o sulle analisi delle proprie capacità e risorse; non è una carriera conquistata con l’intraprendenza e con quel manovrare di cui uno è capace; non è un’aspirazione che può essere troppo ingenua e che sarà troncata dall’asprezza della realtà; non è un modo per chiamare volontà di Dio la rassegnazione a quello che capita».

La vocazione è altro e altrove: è l’affidarsi «a una promessa con lo stupore e la gratitudine di chi riconosce di essere destinatario di una grazia insperata e immeritata e si fida perché confortato dalla presenza amica dello Spirito di Dio. Questa è la vocazione cristiana, la libertà che si compie dicendo “sì” all’amore che chiama e che salva».

Da qui, il significato profondo del compimento. «Guardando a Maria decidiamo di affidarci allo Spirito perché si compiano anche in noi le promesse di Dio», soprattutto sapendo che «le domande trovano compimento, non nelle risposte a quei “perché” che ci tormentano quando abbiamo la percezione o l’impressione di avere una sorte che non abbiamo meritato o in quell’arrovellarci continuo, ma nella dimensione della rivelazione».

Così, «si manifesta la verità nell’essere abbraccio e non solo pensiero; di essere bellezza e non solo ragionamento; di essere fuoco e non solo riflessione. Una rivelazione che è sempre come il roveto ardente che consuma l’inquietudine in un bruciare di amore che fa della vita un dono».

Dono per cui anche il desiderio «si compie nella potenza generativa e nel fare di noi stessi un’offerta». Una dedizione perché l’altro – gli altri – siano visti «in quel modo di essere degli affetti che non è brama di possedere».

E ciò comporta anche la corretta conoscenza di sé. «Quel considerare se stessi non solo meritevoli di stima e capaci di bene, non solo consapevoli della propria dignità di persone, di uomini e donne che hanno una loro insostituibile dignità e grandezza, ma piuttosto, dell’essere avvolti dalla gloria di Dio, abilitati a compiere le sue opere, capaci, cioè, di amare come Gesù ha amato noi».

«Contemplando il compimento nella persona di Maria, nell’adempimento della sua vocazione, dobbiamo riconoscere che anche il nostro compimento, questo essere figli degli uomini, si compie nel diventare figli di Dio».

A conclusione, arriva l’augurio dell’Arcivescovo e un’indicazione per vivere al meglio l’attesa «del mistero dell’incarnazione come disponibilità ad accogliere Dio in noi. Quindi, anche il sacramento della Riconciliazione, anche qualche momento di raccoglimento a meditare i testi del Vangelo potrà aiutarci a comprendere come il compimento della nostra umanità è nel partecipare alla vita di Dio».

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