Nella V domenica dell’Avvento ambrosiano, in Duomo, sono stati invitati in modo speciale gli operatori del mondo del lavoro. Nel dialogo con l’Arcivescovo, che ha preceduto la Celebrazione eucaristica, il suo ringraziamento a tutti

di Annamaria Braccini

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Le creazioni dell’ingegno e del lavoro umano, dell’intraprendenza, della ricerca, della potenza e delle scoperte della tecnica, dei miracoli della scienza.
Insomma, tutto ciò che seduce e fa rimanere incantati fino a farne degli idoli. Quelli, appunto dell’età moderna e della presunta onnipotenza degli uomini del Terzo millennio.
Si avvia, con un’immagine realistica del nostro tempo, la riflessione che l’Arcivescovo propone in Duomo nella Celebrazione per la V domenica dell’Avvento ambrosiano, nella quale sono stati specificamente invitati gli operatori del mondo del lavoro di tante Associazioni e articolazioni, che non hanno voluto mancare a questo importante appuntamento .
Un’immagine che definisce anche i contorni dell’immancabile delusione, come sempre accade se si guarda con più attenzione ai falsi idoli: «quando c’è la tentazione di precipitare dall’euforia alla depressione, dal delirio di onnipotenza allo scoraggiamento dell’impotenza», davanti a un ambiente più degradato di prima e a una società in cui è così difficile vivere.
«Così gli uomini e le donne si rendono conto di essere gli artefici dell’incompiuto che possono predisporre tutte le condizioni per la vita, per l’amore, per la serenità», ma che nulla possono davvero fare «se, poi, la vita non nasce, l’amore non bussa alla porta, la serenità è minata da qualche principio di paura e di angoscia».
È il dubbio che tutti conosciamo bene: «A che serve tanto impegno, se non si può produrre un risultato, tanto investimento di determinazione e di intelligenza se tutto si risolve solo in un’attesa?».
Dunque, che fare come credenti?
«Gli artefici dell’incompiuto sono spesso uomini di fede e conoscono quella misteriosa pratica che è la preghiera. Invocano il compimento, ma non presumono di costruirselo da sé e attendono che venga dall’unico che può realizzarlo».
Così come fece Giovanni il Precursore, «inviato a preparare la strada per il Messia atteso», suggerisce il Vescovo Mario, in riferimento al Vangelo appena proclamato.
Dunque, un compimento da considerare come dono e grazia, ascolto, «contemplazione della gloria di Dio sul volto di Cristo», gioia e speranza, anche se i risultati non sono quelli attesi.
«Il compimento è vedere il frutto della propria missione, la certezza di aver portato a buon fine il compito. La gioia del compimento è nella missione compiuta più che nei risultati ottenuti».
Parole, queste, che l’Arcivescovo pare rivolgere direttamente a chi si è impegnato con generosità e dedizione per sostenere le difficoltà lavorative, come gli operatori del Fondo (ai quali, al termine della Messa, lui stesso consegna un ciclamino come piccolo omaggio in segno di ringraziamento). «In questa Celebrazione, tanti si possono riconoscere artefici dell’incompiuto: uomini e donne che, sul territorio della Diocesi, si sono dedicati all’impresa che ha scoraggiato molti, quella di curarsi del lavoro per sostentare le famiglie. Forse, anche alcuni operatori del Fondo si sentono artefici dell’incompiuto. Hanno operato con pazienza, competenza, determinazione in una rete di collaborazione che è ammirevole. Hanno fatto tutto quello che si poteva fare, si sono presi cura delle situazioni e delle persone con ogni premura e, poi, constatano che gli esiti sono scarsi, che il raccolto è lontano, che il dramma continua a ferire. Dobbiamo dire che siamo ancora in cammino».

Il dialogo con gli operatori del mondo del lavoro

Invitati speciali per la Celebrazione, come detto, erano coloro che sono attivi nel mondo del lavoro, nel reinserimento occupazionale e nelle Cooperative, con cui l’Arcivescovo, prima della Messa, dialoga.
Inizia Francesco Wu, che fa parte della Confcommercio con il ruolo anche di incaricato per l’imprenditoria straniera. L’imprenditore cinese nota subito: «Oggi sono 48.000 le attività di imprenditori nati all’estero con una crescita del 36% negli ultimi cinque anni. Proprio negli ambienti di lavoro non è raro lo sviluppo di una spiritualità che nasce dallo scambio di percorsi di vita buona. Come è possibile trasferire questa pratica a ogni livello della società per favorire l’integrazione e aprire la strada al bene?».
Immediata la risposta del Vescovo alla domanda, considerata «una promessa di futuro, perché vediamo questo imprenditori non come un pericolo o una invasione, ma come una risorsa».
«Mi sembra evidente che la presenza di imprenditori di diversi Paesi possa essere vista anche come concorrenza, mentre il dottor Wu dà testimonianza di un modo di vivere l’impresa che si fa occasione per un reciproco arricchimento. Questo mi sembra vada controcorrente rispetto a quel clima di pregiudizio che può mettere in difficoltà i rapporti».
Evidente il richiamo all’integrazione, «un tema che ci interessa molto anche dal punto di vista della Comunità cristiana. Il dato che, lavorando insieme, si creino nuovo rapporti, arricchisce il complessivo contesto della società Mi sembra una proposta di cammino che non ha metodologie garantite, ma che apre a percorsi».
«Lavorare insieme come andare insieme a scuola o a Messa, se si appartiene alla stessa Comunità, sono livelli promettenti».
Come esportare tutto questo? «Con la centralità della persona. La cultura europea è affaticata e ha compiuto tanti errori, ma l’acquisizione della centralità della persona, con i suoi diritti inalienabili, è preziosa. L’azienda, anche se deve produrre profitti, non può, evidentemente, mortificare o prevaricare la persona».
Poi, è la volta di Giuseppe Sala che da anni accompagna il Fondo, facendo parte dei più di 300 volontari. «Oggi siamo ancora nell’emergenza del lavoro che manca. Coma la Chiesa può fare di più?», si domanda.
«Chi è questa Chiesa?», chiede l’Arcivescovo. «Siamo tutti noi e, quindi, tutti dobbiamo fare di più: noi Vescovi, che dobbiamo ripresentare la Dottrina sociale perché sia conosciuta e ispiri ognuno; gli imprenditori, perché possano ripensare un sistema produttivo e di lavoro in cui il principio assoluto, oggi, appare il profitto. La tradizione italiana ha prodotto una classe media e un benessere diffuso, proprio perché è stata capace di creare un modo di lavorare diverso».
Di fronte a sistemi, magari, più efficienti e spregiudicati – nota Delpini – «tocca fare qualcosa agli imprenditori, ai lavoratori stessi, come protagonisti della capacità di risolvere i problemi, e ai sindacati». Organizzazioni «che, nel dibattito sul lavoro, pare siano scomparsi – osserva l’Arcivescovo – e non abbiano più voce», quasi che «l’associarsi del lavoratori sia una visione di altri tempi, prevalendo l’individualismo».
Se il Fondo Famiglia-Lavoro – che, nella prossima notte di Natale, “compirà” 10 anni, voluto dal cardinale Tettamanzi e aggiornato, sulle necessità mutanti, dal cardinale Scola – ha raccolto 24 milioni di euro, frutto di significative elargizioni (come quelle dell’Arcidiocesi e di Fondazione Cariplo), ma soprattutto delle donazioni spicciole di singoli e parrocchie, «è solo una piccola goccia», non si può che ringraziare. Così come fa l’Arcivescovo apertamente rivolto a coloro che si sono fatti carico «di gestire i distretti e di raccogliere la disperazione delle persone che avevano preso il lavoro».
«Adesso vorremmo inserire il Fondo nella Caritas, collegandolo, quindi, in modo istituzionale all’attività della formazione alla carità di cui questa istituzione deve farsi carico, riconoscendo che si tratta di un’attenzione strutturale. Credo che qualche ripensamento complessivo meriti di essere fatto, in luoghi dove si incontrino tutti i soggetti interessati, per una riflessione più sistemica che dobbiamo promuovere. Vi incoraggio a continuare perché questa esperienza non venga messa da parte».
Infine, interviene Alberto Cazzulani, presidente di Confcooperative che riunisce 650 realtà del settore.
«A Milano si torna a parlare di welfare ambrosiano in una fase storica dove, all’ordine del giorno, vi sono la migrazione, la casa, il lavoro». Il pensiero va agli anni ‘60 quando questi stessi problemi «sono stati affrontati e vissuti con spirito di iniziativa e capacità imprenditoriali dallo sguardo inclusivo e solidaristico. Quale il ruolo, quindi, della cooperazione?».
Anche qui, l’ammirazione è per la cooperazione, «con la varietà delle competenze assunte dalle cooperative. Il bene che questo sistema di gestione ha già fatto è incommensurabile. Ce l’abbiamo fatta negli anni Sessanta, ce la faremo anche nel Terzo millennio. Penso che non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo, ma possiamo creare realizzazioni esemplari. Penso a imprenditori che hanno costruito la fabbrica e, intorno, il paese. La capacità di fare emergere il bene e le capacità che vi sono in ogni persona sono fondamentali».
Certamente ancora di più in momenti di stanchezza e di difficoltà gestionali come quelli attuali.

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