La sociologa dell’Università cattolica presenta l’iniziativa che si terrà a Varese dal 22 al 26 maggio: «Parliamo di un ambito irrinunciabile per la realizzazione delle persone: difendere e promuoverlo significa difendere e promuovere l’umanità della società»

di Pino NARDI

Rosangela Lodigiani
Rosangela Lodigiani

«Difendere e promuovere il lavoro significa difendere e promuovere l’umanità della società». Lo sostiene Rosangela Lodigiani, varesina, sociologa dell’Università cattolica, tra i “motori” dell’iniziativa che si terrà a Varese dal 22 al 26 maggio sul tema «Fondati sul lavoro?».

Lodigiani, come nasce questa iniziativa promossa dalle comunità cristiane del Decanato di Varese?
Nasce oltre un anno fa da un lavoro sinodale, dal desiderio di testimoniare una presenza attiva e costruttiva nella città da parte di tutta la comunità ecclesiale: parrocchie, associazioni, movimenti. Il cammino è iniziato con una “Lettera alla città”, scritta con l’intento di aprire un dialogo sul futuro di Varese con i diversi soggetti che la abitano. Questo convegno sul lavoro (con la mostra collegata) è una tappa importante del percorso avviato, sia per il tema scelto, sia per il modo in cui è stato pensato: un luogo di riflessione condivisa e scambio di esperienze che aiutino a capire come si trasforma l’economia, qual è senso e il posto del lavoro non solo nelle imprese, ma anche nella vita delle persone e della società, a fronte delle tante trasformazioni che sta subendo. Pensiamo a quello che accade sul piano della qualità e dell’organizzazione del lavoro, delle mansioni e delle competenze, con le innovazioni che derivano dalle nuove tecnologie; e a quello che accade nella regolazione del lavoro, con la crescita dei contratti atipici, temporanei…

Un posto di lavoro non precario, soprattutto per i giovani, è quasi un miraggio?
La questione della precarietà del lavoro è molto seria, specie per i giovani che sperimentano percorsi lunghi e accidentati, prima di accedere a un impiego stabile, e che dentro a questa incertezza si trovano a compiere scelte importanti per la loro vita, per diventare autonomi, mettere su famiglia.

Per creare lavoro è necessaria anche la disponibilità a rischiare degli imprenditori. È ottimista su questo fronte a partire dall’esperienza di Varese?
Possiamo esserlo. Al convegno avremo testimonianze di imprenditori che dimostrano che assumere questo rischio è possibile tenendo al centro delle imprese le persone che vi lavorano, riuscendo a essere competitivi e insieme sostenibili socialmente. Ma occorrono misure che incentivino le imprese a innovare, ad assumere nel lungo periodo, a fare crescere professionalmente i giovani, a riconoscersi parte di un sistema formativo allargato, come accade con l’alternanza scuola-lavoro: fare esperienze qualificanti è il miglior biglietto da visita per iniziare a costruire una carriera, per trovare nuove opportunità di impiego. Certo servono le politiche attive del lavoro e servizi del lavoro efficaci, ma insieme occorrono imprese che si sentano corresponsabili e che siano messe nelle condizioni per esserlo. Servono patti territoriali che leghino insieme scuole, servizi per l’impiego, imprese. Servono sistemi premianti per chi contribuisce al bene della collettività.

La questione lavoro è innanzitutto culturale. Oggi invece sembra quasi solo un costo da tagliare. Come i cattolici possono contribuire a restituire dignità al lavoro?
Il lavoro è in sé dignità, perché è un ambito irrinunciabile per la nostra realizzazione come persone; è un legame sociale fondamentale, è opera comune, è possibilità di partecipare insieme alla costruzione del mondo nella responsabilità gli uni per gli altri. Ma non basta fermarsi alle affermazioni di principio che rischiano di diventare “palestre verbali”, come diceva il cardinal Martini. Dobbiamo impegnarci, come è stato ribadito alla Settimana sociale di Cagliari, affinché il lavoro sia per tutti “buono”: dignitoso, libero, di qualità, sicuro, tutelato, conciliabile con le responsabilità familiari… Dobbiamo lasciar trasparire attraverso il nostro agire il valore del lavoro; e poi ascoltare, farci vicini, sostenere chi vive le difficoltà del lavoro che non c’è o che è “cattivo” e operare per realizzare condizioni di lavoro migliori.

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