Le parole del centurione di Cafarnao danno voce a una confessione di indegnità personale seguita da una fiduciosa invocazione della misericordia divina, disponendoci a ricevere la comunione da amici

A cura del SERVIZIO PER LA PASTORALE LITURGICA

O Signore non sono degno

La partecipazione alla Messa raggiunge il suo vertice nella comunione eucaristica, quando i fedeli, dopo aver ascoltato la parola di Dio, si nutrono di Cristo, Pane di vita. Per questo l’intera celebrazione può essere considerata un itinerario di preparazione alla comunione. Da un lato, siamo invitati ad attivare le virtù teologali dell’amore, della fede e della speranza, perché cresca in noi, sempre più vivo, il desiderio di incontrare il Signore e di dimorare nel suo amore. Dall’altro, siamo chiamati a invocare con grande intensità la misericordia di Dio per non correre il rischio di essere trovati indegni di partecipare al banchetto di Cristo. Questa preparazione si intensifica nell’imminenza della comunione, e agli atti liturgici che la precedono viene affidato il compito di disporre tutto l’uomo, con le sue facoltà esteriori e interiori, all’incontro sacramentale con Cristo.

Il primo atto è rappresentato dalla preghiera silenziosa. Il sacerdote celebrante ha a disposizione due preghiere a scelta, da dire «con le mani giunte» e «sottovoce», mentre per i fedeli laici non sono previsti testi propri. Ciò non impedisce che anche questi ultimi possano pregare nel loro cuore utilizzando le parole del celebrante: «Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per la volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il santo mistero del tuo corpo e del tuo sangue liberami da ogni colpa e da ogni male, fa’ che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te»; «La comunione con il tuo corpo e il tuo sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me giudizio di condanna, ma per tua misericordia sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo». Con la prima l’orante invoca la liberazione dal male e dal peccato per non correre il rischio di essere separato da Cristo, dopo aver ricordato che, nella sua morte di Croce, Gesù ha realizzato l’opera di salvezza decisa nel cuore della Trinità. Con la seconda domanda chiede i frutti della comunione («sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo»), scongiurando il rischio, paventato dall’apostolo Paolo, di mangiare e bere «la propria condanna» (cfr 1Cor 11, 29).

Il secondo consiste nella presentazione dell’ostia, tenuta alta sulla patena, accompagnata dall’accostamento di due parole bibliche: «Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». Il pane consacrato è posto davanti agli occhi dei fedeli perché, illuminati dalla fede, vedano oltre ciò che i sensi percepiscono. In un’originale rilettura mistica e spirituale il rito liturgico applica all’incontro sacramentale dell’anima con Cristo il linguaggio della sponsalità: l’incrocio degli sguardi alimenta la fiamma del desiderio e della passione che tiene vivo l’amore. Il collage di parole bibliche inizia con la citazione di Ap 19, 9 («Beati gli invitati…»), a sua volte allusiva della parabola del re che invia i servi a chiamare gli invitati alle nozze (cfr. Mt 22, 1-14). Essa pone l’accento sulla beatitudine assicurata a coloro che, rispondendo all’invito del Signore, prendono parte al banchetto eucaristico: è la delizia della comunione con Gesù; è la gioia dell’inabitazione del suo Santo Spirito; è la letizia della comunione fraterna; è la felicità eterna del paradiso. Segue la citazione di Gv 1, 29 («Ecco l’Agnello di Dio…») che riporta le parole di Giovanni Battista. Davanti agli occhi dei fedeli, grazie ai segni sacramentali del pane e del vino, si rende realmente presente colui che sulle rive del Giordano fu davanti agli occhi del Battista e dei suoi due discepoli. E, come quel giorno fu annunciato che egli sarebbe stato il vero Agnello sacrificato per la redenzione dell’uomo, così in ogni messa egli è presente come colui che offre la sua vita per noi per la remissione dei nostri peccati. L’importanza di queste parole è tale che a nessuno, se non alla Chiesa, è permesso di sostituirle o di mutarle a piacimento.

L’ultimo atto lo compiono i fedeli dicendo ad alta voce: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Si tratta di una confessione di indegnità personale seguita da una fiduciosa invocazione della misericordia divina, l’una e l’altra espresse con le parole del centurione di Cafarnao (cfr Mt 8, 8). L’abitudine a queste parole potrebbe farci perdere la loro forza espressiva e il loro profondo valore spirituale. Da un lato, siamo invitati a dichiarare con grande realismo e con molta umiltà la nostra condizione di peccatori, riconoscendo che essa crea un grave ostacolo alla nostra partecipazione alla mensa del Signore. Dall’altro, ed è l’aspetto che alla fine risulta decisivo, siamo sollecitati a compiere un convinto atto di fede nel Signore e nel suo misericordioso perdono, affidandoci alla sua parola che salva.

Anche la sproporzione tra il servo e il padrone (cfr Lc 22, 27) ci impedirebbe di sedere alla mensa del Signore, ma Gesù ci ha chiamato amici (cfr Gv 15, 15), riscattandoci dalla servitù e mettendoci a parte dei segreti del Regno dei cieli. La preghiera del centurione romano ci dispone allora a ricevere la comunione da amici, sia che ci accostiamo subito dopo, sia che decidiamo un opportuno rinvio per ricevere la parola del perdono mediante il sacramento della riconciliazione. 

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