In Duomo, l’Arcivescovo ha presieduto la Veglia missionaria diocesana, seguita da molti giovani anche in streaming e tv. Conferito il mandato a 8 partenti. 17 i sacerdoti di diverse nazionalità accolti in terra ambrosiana

di Annamaria Braccini

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Le loro sono storie di persone, di libertà, di vocazione. Storie che, dalla terra ambrosiana, portano ai 4 angoli del mondo o che da questo stesso mondo arrivano – con speranze, tradizioni, colori e sogni diversi – tutti uniti da quel segno, il crocifisso, emblema e impegno ad «annunciare ciò in cui si crede e a vivere ciò che si annuncia».
In Duomo, la Veglia missionaria diocesana, che viene presieduta dall’Arcivescovo alla vigilia delle Giornata Missionaria Mondiale 2021 – titolo di entrambe, “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e udito” – è questo: un momento di fede e di serenità, volutamente legato alla “Redditio Symboli” pomeridiana, vissuto da tanti giovani in presenza e da moltissimi altri collegati in Tv o riuniti presso il Pime, dove si era appena concluso il concerto del Coro multietnico Elikya. Vissuto, comunque, da tutti nella consapevolezza delle difficoltà dei Paesi in cui andranno i missionari partenti che ricevono il mandato e della complessità di una Milano di cui si sentono gli echi rumorosi fuori dalle porte della Cattedrale. Quella città a cui il vescovo Mario – accanto a lui, i vicari di Settore, monsignor Luca Bressan e don Mario Antonelli, il vicario generale, monsignor Franco Agnesi, i vicari di Zona e il responsabile dell’Ufficio di Pastorale missionaria, don Maurizio Zago – chiede di «svegliarsi e di lasciarsi interrogare dallo sguardo di Gesù». Con l’atteggiamento di conversione del cuore che “parla” attraverso i testimoni alla Veglia. Come Luca, 19enne di Seregno che, nella “Redditio” ha consegnato nelle mani del vescovo Mario la Regola di Vita, e che racconta del suo «percorso di libertà e bellezza» o come don Valery Tchuente, 38 anni, originario del Camerun, dal 27 aprile 2020 paralizzato per una caduta, che dice. «Sono stato curato nella diocesi di Milano, un buon samaritano che il Signore ha messo sul mio cammino. Qui ho imparato a capire il vero significato dell’universalità della Chiesa e l’abbandono alla provvidenza. Sono un missionario della gioia dalla mia sedia a rotelle».

L’omelia dell’Arcivescovo
«Queste sono storie di persone, non racconti di eventi, non di organizzazioni, non di numeri», osserva l’Arcivescovo che, dopo aver portato personalmente tra le mani l’Evangeliario e letto il brano del Vangelo di Giovanni con l’episodio di Natanaele, subito osserva. «Storie di persone qualsiasi, non di qualifiche, non di ruoli, di condizioni economiche, di persone chiamate a partire, che si fanno avanti per dire eccomi, che decidono di trovare, nella condizione in cui vivono, la santità, che consegnano la loro regola di vita per un’intuizione, un impegno, un proposito».

Natanaele è il simbolo evangelico di tutto questo. È l’uomo, prima, dei pregiudizi, che non si aspetta niente, ma nel quale non c’è falsità «perché non è attaccato ai pregiudizi al punto da negare la verità, anche quando è sconcertante e sorprendente. La sincerità è la predisposizione a lasciarsi istruire dalla realtà, dall’apparire della verità, dalla persona di Gesù. La sincerità è riconoscere che la parola che chiama e offre prospettive promettenti viene proprio da chi non me l’aspettavo, la mia comunità, la mia Chiesa, il mio prete, l’incontro che non avevo programmato, il povero che ho incontrato. Da quella miseria di cui sono venuto a conoscenza facendo un viaggio in un Paese straniero o nella periferia della mia città».
È dall’incontro con il Signore che Natanaele – e, in fondo, ognuno di noi – «sentendosi riconosciuto e degno di stima», diviene, così, l’uomo «dello stupore, destinato a vedere cose più grandi, la gloria di Dio che riempie la terra».
«Chi parte per altre Chiese, per portare a compimento la propria vocazione, vedrà cose maggiori di quelle che ha visto finora. Natanaele, sia la figura su cui riflettere, chiedendosi quando abbiamo visto quello sguardo che interroga e domanda a questa Chiesa e a questa città di svegliarsi. Interroghiamoci sulla vocazione missionaria: preti, suore, laici, famiglie, vecchi e giovani».
E proprio ai giovani, che saranno i protagonisti di un dialogo informale in Duomo il 6 novembre prossimo con i vescovi di Lombardia, si rivolge, concludendo la sua riflessione, l’Arcivescovo.
«Anche chi vive la giovinezza come un indefinito incerto è invitato a partire. L’incontro del 6 novembre è un appuntamento che provoca a proposito dell’essere Chiesa in questo momento, in questa terra. Un’occasione per capire le parole che ci aspettiamo gli uni dagli altri, dove vogliamo convocare i giovani e cosa dire loro perché si sentano chiamati a vedere cose più grandi».

Il Mandato
Infine, nel quarto momento della Veglia, la consegna del mandato, con l’annuncio dei nomi dei partenti e delle destinazioni, la preghiera di benedizione, la consegna dei crocifissi a 3 missionari del Pime (2 destinati a Hong Kong, 1 in Giappone), a un laico – Ruben Formenti, legato ai Frati minori di Busto Arsizio, che andrà per 3 anni in Uganda -, a 3 suore, di cui 2 comboniane, l’una inviata Giordania e l’altra in Uganda e una religiosa dell’Immacolata in Bangladesh. Con loro anche il sacerdote ambrosiano Fidei donum, don Tommaso Nava, in partenza per Pucallpa (Perù) che aveva, sempre nel pomeriggio al Pime, portato la sua testimonianza di missionario dopo aver vissuto l’esperienza di giovane prete a Valmadrera.
Come ormai da qualche anno, la missione si fa anche presente in chi arriva in Diocesi, come è per i 17 preti che provengono da Polonia, India e, nella maggioranza, dall’Africa: Kenya, Nigeria, Camerun, Burkina Faso, Benin, Tanzania, arrivati tra noi per studiare, ma anche, in un caso, per un’esperienza pastorale (nella parrocchia di Canzo). Un altro presbitero sarà accolto, invece, dalla Fondazione don Carlo Gnocchi.
L’accensione del braciere, a cui vengono attinte le torce da parte di alcuni giovani vestiti con abiti tradizionali delle rispettive tradizioni, il braccialetto luminoso mostrato con orgoglio dai partecipanti, l’invocazione dello Spirito, l’applauso finale – mentre l’Arcivescovo con i concelebranti percorre tutta la navata centrale -, la raccolta delle offerte, frutto del digiuno della serata, la benedizione solenne e le note del canto “Anima del mondo”- eseguito benissimo, come l’intera animazione, dal coro Shekhinah – suggellano la Veglia 2021.

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